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lunedì 11 novembre 2019

Viridia- Esercito alato


Continua la storia di Herb e i suoi amici.
Buona lettura.






Esercito alato
  Barbara cerrone


Pouli trovò le api sprofondate nel sonno,  per svegliarle fece più fatica di quella volta in cui l’Esimio, mentre stava andando via dopo la solita ispezione, cadde in un fossato e lui fu costretto a tirarlo su tutto da solo perché Herb aveva  una lombaggine che lo inchiodava  a letto, e gli altri viridiani schiacciavano il solito pisolino pomeridiano.
Fu altrettanto difficile mantenerle sveglie durante il tragitto dall'alveare alla casa di Herb, Pouli avrebbe sudato le classiche sette camicie, se ne avesse avuta una.
Il capitano Herb li accolse con grande trepidazione.
“Oh, eccovi  finalmente. Ma che avete?”chiese  rivolto alle api.”  Mi sembrate imbambolate.”
Le pungiglionute  risposero con un debole bzzzz .
“Tutto qui, ragazze? Potete fare di meglio. Andiamo, mie prodi, datemi un  vero bzzz!”
BZZZZ!”
“Ecco, ora sì che vi riconosco. Api di Viridia, voi siete il nostro esercito, il destino della valle è nelle vostre mani. Il nemico è alle porte: andate e scacciatelo dalla nostra verde valle”.
Sferzate dal discorso del comandante (e dagli spruzzi d’acqua che Pouli  lanciava loro addosso) le api finalmente  si riscossero e partirono all'attacco del nemico.
Frattanto gli operai mandati da Capelli di neve stavano già avanzando in direzione della valle.
“Giò?”
“Eh?”
“Giò,  io dico che  è in arrivo un altro temporale.”
“Ma se c’è il sole!”
“Lo so ma non vedi quella nuvola nera che viene verso di noi? “
“Quale nuvola nera? Quella non è una nuvola, quelle sono...Api! Corri , Mario, scappaaa!”
Il nemico in fuga è sempre un bello spettacolo, il capitano Herb lo osservava compiaciuto dalla sua dolce dimora invasa dal profumo di sformato.
Le api, al ritorno dalla spedizione, volarono  subito a  far rapporto al capitano.
“Bz, bz, bzzz” fu tutto quello che dissero, ma fu abbastanza.
Il capitano Herb si complimentò per circa un quarto d’ora con le sue eroine, poi fece loro un bel discorso che più o meno si può riassumere così:
“Brave le mie soldatesse  ma badate, abbiamo vinto una battaglia, non la guerra. Il nemico tornerà,  non possiamo abbassare la guardia. E adesso rompete le righe e  prendetevi il meritato riposo”.
Le api non se lo fecero ripetere,  prima volarono di fiore in fiore  per riempirsi la pancia di nettare fresco e poi via a nanna, a rinfrancare le ali stanche per la fatica della battaglia.
Mentre lo sciame si riposava, il capitano, fra un boccone e l’altro di sformato, si prodigava nel dare ordini al solito Pouli.
“Pouli, mi raccomando, vai subito a casa di Capelli di neve e cerca di scoprire quale sarà la sua nuova mossa  e...e...e cerca Ailuro, assicurati che si svegli in tempo per il turno di notte. Digli che se invece di sorvegliare si mette a guardare il firmamento o a fare il cascamorto con Sofia gli tolgo la paga per una settimana intera e...e...e...insomma vai, poi ti dirò il resto”.
Ailuro, ignaro dell’accaduto, stava facendo un sogno assai bizzarro.
Sognava di essere passato al servizio di Capelli di neve il quale, però, dopo averlo usato per i suoi scopi lo abbandonava alle ire del comandante e dell’Esimio i quali poi lo costringevano a pulire formicai a pancia vuota, e più ne puliva più gliene davano da pulire.
Si svegliò tremando di terrore: che incubo tremendo e che fame! La pancia vuota non era un sogno, Ailuro se ne rammaricò parecchio perché si ricordò di non aver fatto la spesa quel giorno,  la dispensa languiva come il suo stomaco  in attesa di rifornimento.
“Prima di cominciare il turno dovrò ben mettere qualcosa sotto ai denti” si disse, e pur pensandoci non gli venne in mente niente di meglio che bussare alla porta del capitano, perché da lui  qualche cosa da mandar giù si trovava sempre.
Strada facendo  incontrò Pouli.
“Eccoti, ma dove stai andando?” chiese Pouli.” Non lo sai? Abbiamo  respinto il primo attacco del nemico. Grazie alle api. Il comandante ti manda a dire di stare molto attento stanotte, non si prevede che tornino col buio ma stai comunque all'erta e riferisci tutto ciò che vedi e che senti. Il capitano ti manda a dire anche...”
“Oh, basta, ho capito! Piuttosto, il capitano avrà qualcosa da mettere sotto ai denti? Ho fame e non ho fatto la spesa.”
“Ti pare questo il momento di disturbarlo? Vieni con me, ti do io qualcosa da mangiare“.
Pouli si trascinò dietro quel pigro fannullone perditempo scansafatiche mangia - pane- a –tradimento trippanzone nonché simpatica canaglia di Ailuro e lo rimpinzò di polpette al rognone fino a che, saziato, quel perdigiorno non se ne tornò a casa a schiacciare un altro pisolino prima di cominciare il turno di notte.
Lo svegliò il canto della civetta Augusta:  precisa come un orologio svizzero, era la sveglia più affidabile della valle.
Ailuro si stiracchiò, fece un bello sbadiglio e poi via a far la guardia a Viridia e ai suoi abitanti immersi nel sonno dei giusti.



























domenica 3 novembre 2019

Viridia


Ci sono luoghi dei quali non si dovrebbe mai turbare la pace. Vi racconto la storia di uno di questi.
A voi la prima parte di






VIRIDIA
Barbara Cerrone




Arriva il Grande Responsabile!




Nella vallata di Viridia un violento temporale ha spettinato le margherite.

“Le nostre margherite hanno le corolle tutte arruffate, capitano Herb!”
“Oh,  disdetta, disdetta! Peggio del vento di due giorni fa?”
“Peggio. E come se non bastasse oggi il Grande Responsabile passerà in rivista i fiori, capitano.”
“Già, dimenticavo! Sbrigatevi, pettinate tutte le corolle e raddrizzate gli steli. Che non succeda come quella volta che le trovò in disordine e ci  mise  tutti a pulire i formicai.”
“Subito, capitano!”
Il piccolo attendente Pouli  si  dileguò all'istante, lasciando il capitano alle sue riflessioni.
 “Da quando Capelli di neve ha comprato queste terre non c’è più pace per Viridia: prima il vento che sradica alberi e piante, poi il nubifragio...come se la natura si ribellasse, come se vento e nubi sapessero che quel pazzo vuole fare di questo posto una pista di atterraggio per  il suo jet! Noi, però, non  gli permetteremo di distruggere la nostra bella valle, nossignore.  Ma una cosa alla volta, ora pensiamo all'ispezione. Dunque, se oggi  il Grande Responsabile  troverà i fiori in ordine  ci potrebbe scappare un aumento di biada per Ariodoro: è un gran bel cavallo e corre come il vento, se lo merita l’aumento“.
Uno squillo di tromba interruppe  bruscamente i profondi  ragionamenti di Herb  annunciando l’arrivo fulminante (e in anticipo) del Grande Responsabile .
“Oh, disdetta, disdettissima! Dove si è ficcato Pouli? Chissà se i ragazzi hanno fatto in tempo a pettinare le corolle? Pouli, Pouli, Pouliii!”
“Eccomi, eccomi, stavo appunto venendo a dirvi che è tutto a posto, le margherite adesso sono in ordine. Siamo pronti per l’ispezione.”
“Bene, andiamo incontro all'Esimio”.
Quest’ultimo, il Responsabile voglio dire, stava già  percorrendo la  ripida discesa che porta alla valle di Viridia,  avanzava  spingendo in fuori  la grossa pancia che ad ogni passo oscillava a destra e a sinistra come un grosso pendolo; dietro di lui un codazzo di segretari, impiegati, fornitori, domestici e ficcanaso venuti apposta a curiosare da quelle parti.
 “Buongiorno, carissimo. Allora, come stanno le mie margherite?”
“Benone, benone. Mi segua, Esimio Responsabile, sarò felice di mostrargliele”.
L’Esimio, preceduto dal Capitano e da Pouli, si incamminò verso la distesa dei campi.
Le margherite furono trovate molto bene. Il Responsabile era davvero soddisfatto  e lo mostrò con evidenza scientifica dondolando ancor di più la grossa pancia penzolante.
Il capitano Herb fece l’occhiolino ad Ariodoro.
“Ottimo, ottimo,” disse  ancora l’Esimio rivolto agli astanti,” mi compiaccio. Le margherite sono in gran forma”.
Il capitano fece per accompagnarlo sperando vivamente che stesse per andarsene, perché non si sa mai cosa può venire in mente a un Responsabile se si trattiene troppo,  ma il Responsabile aggiunse là per là una postilla.
“E i tulipani?”
Il capitano Herb  rivolse uno sguardo interrogativo a Pouli che a sua volta ne rivolse uno al suo aiutante che ne rivolse un altro al suo sotto aiutante.
Quando tutti gli aiutanti furono finiti, lo sguardo ritornò al  Responsabile.
“E i tulipani?” ripeté l’Esimio con una certa impazienza.
“I tulipani, eh? Stanno benone” rispose, goffo, il capitano inciampando nei sui lunghi piedi.
Quando il capitano Herb rispondeva goffo  inciampando nei suoi lunghi piedi il Responsabile  si insospettiva,  e  quando il Responsabile si insospettiva erano formicai da pulire per tutti.
Meglio agire subito.
Un segnale convenuto avvertì Pouli che doveva correre a vedere  i tulipani, casomai a dargli una sistemata, casomai a tirarli su nel caso si fossero accasciati, casomai a fare qualunque cosa pur di presentarli al Responsabile in pieno rigoglio.
Casomai ci fosse riuscito.
Pouli corse via con una scusa, convenuta anche quella, mentre il capitano stordiva  di chiacchiere  l’Esimio. Un trucco che funzionava sempre,  in questo modo lo confondeva  e  quello  poi non si ricordava più cosa aveva detto prima.
“Bene, bene, che sto a fare ancora qui?” brontolò ad un certo punto  il Responsabile. “ Sarà meglio che torni a casa. Grazie di tutto, bravi. Mi complimento, caro capitano”.
In ogni situazione ci può essere chi ti rovina la festa. E anche quella volta ci fu.
Gli appassionati di tulipani in genere sono gente mite ma a volte senza volerlo  possono scatenarti un putiferio.
L’aiutante dell’aiutante dell’aiutante dell’aiutante di Pouli  proprio quel giorno aveva  appuntato un bel tulipano  rosso al risvolto della giacca. Il Responsabile lo vide e, guarda un po’, si ricordò il quesito.
“E i tulipani?”
Silenzio.
“E i tulipani?” ripeté.
Altro silenzio.
“E i tu-li-pa-ni?” scandì.“Non rispondete? Allora gatta ci cova: voglio vedere i tulipani” gridò  alzando il dito indice per far  intendere che non scherzava ( e che sennò  erano formicai da pulire per tutti).
All'alzata del dito il capitano scattò sugli attenti e gli astanti scattarono con lui. Non si sapeva come stavano i tulipani ma si sapeva cosa volesse dire quel ditino alzato (formicai, formicai).
“Prego, mi segua, Esimio” lo invitò Herb, e intanto si chiedeva  grattandosi il capo se Pouli  avesse fatto in tempo a sistemare anche  i tulipani.
(Detto tra noi Pouli si era fermato a chiacchierare con Mine, la segretaria del capitano. Mine soffriva di una rara malattia: rideva di qualunque cosa e quando rideva troppo forte si addormentava seduta stante, dovunque si trovasse. In quel momento infatti stava ronfando e Pouli cercava inutilmente di svegliarla. Dimentico dei tulipani,  si stava  prodigando  per far  aprire a Mine i suoi begli occhi scuri . Quando vide passare il corteo del capitano seguito dal Responsabile  si rammentò del servizio che doveva fare ma ormai era troppo tardi: capitano, Responsabile  e astanti stavano già varcando la soglia del quinto campo a destra vicino alla chiesa, quello dei tulipani, per l’appunto. Ora chiudo la parentesi e  ricomincio il racconto).
Per fortuna...
“Ma sono una meraviglia!” esclamò il Responsabile abbagliato dalla bellezza dei fiori.” Si può sapere allora perché la facevate tanto lunga? Ho capito, è quasi ora di pranzo e non volevate perdere tempo, eh? Insomma, il dovere prima di tutto!”
L’Esimio fece mille e mille elogi e promise più biada per il cavallo di Herb; più biada per tutti, disse, anche per chi cavallo non era.
La gioia del capitano trapelava anche dalle sue orecchie, non si spiegava come avessero fatto i tulipani a rimanere così intatti dopo quel temporalaccio, comunque già che c’era fece l’occhiolino anche a loro e si complimentò per la tenuta.
“Bravi, “ disse, “ sono fiero di voi”.
I tulipani, in quanto tulipani non risposero ma  un certo profumino si sparse dalle fresche corolle il che voleva dire più o meno:” Grazie, è stato un piacere!” o qualcosa del genere.
L’esimio Responsabile finalmente si decise ad andar via,  non senza prima aver dato un’occhiata anche agli orti e all'alveare, dove  si produceva il miele più buono della regione. L’Esimio volle assaggiarlo e si congratulò  personalmente con le api per la sua squisitezza.
Prima di andarsene chiese notizie di Capelli di neve.
“Si è fatto  vivo?” domandò al capitano.” Oggi stesso partirò per un lungo viaggio nei più grandi parchi della regione, tornerò fra due settimane. Al mio ritorno voglio un rapporto completo sulle sue mosse. Nel frattempo state in guardia,  mi raccomando, e se in mia assenza dovesse dare inizio ai lavori sapete cosa dovete fare.”
“Certo, certo, tuttavia una simile responsabilità solo sulle mie spalle...” provò a dire Herb ma l’Esimio si era già allontanato e non poteva più sentirlo.
Appena il Responsabile se ne fu andato, il capitano, Pouli e i soliti astanti, si strinsero la mano per felicitarsi della felicissima riuscita dell’ispezione; poi, dopo essersi felicemente felicitati, felicissimi  si diressero verso le loro case.
 “Oh, mi aspetta uno sformato di carote che solo a pensarci  mi viene il languore” confidò Herb a Pouli che lo seguiva come un cagnolino.
Quel giorno il sole splendeva sulla verde valle di Viridia; gli uccellini cantavano;  le farfalle volavano da un fiore all’altro; l’aria profumava di primavera.  E dello sformato di carote che la signora Herb aveva appena infornato.
Attraversata da un fiume generoso che dava acqua a tutta la valle, Viridia era la terra più verde, la più fertile di tutta la regione.
Secoli di cura, di amore per la terra l’avevano resa così. Si diceva in giro che ai viridiani, appena nati si regalasse un annaffiatoio per abituarli fin da piccoli ad occuparsi della loro terra.
A scuola, i giovani viridiani imparavano come si coltivano le verdure e i fiori, una delle materie più importanti era tecniche di irrigazione con la quale si insegnava a non sprecare l’acqua nella difficile arte di annaffiare orti e giardini.
I più anziani raccontavano ai ragazzi la storia di Viridia, di come l’avevano resa così rigogliosa e dell’importanza di avere per la natura lo stesso rispetto che vorremmo per noi.
“ La natura, “dicevano inoltre “ va dolcemente sostenuta e controllata, non aggredita o trascurata come hanno fatto con la terra del deserto”.
Ogni anno, a primavera, c’era la temuta ispezione generale, il Grande Responsabile passava in rivista orti e giardini e guai se trovava qualcosa che non andava: formicai, formicai per tutti.
Raramente i viridiani andavano a Konia, la città più vicina, perché mal sopportavano il cemento e il grigio di quelle costruzioni in mezzo alle quali non si vedeva un solo filo d’erba, senza contare che per arrivarci erano costretti ad attraversare il deserto.
Quello che gli abitanti di Viridia chiamavano il deserto era in realtà un mucchio di zolle aride solcate da sterpi che l’incuria di decenni e decenni aveva reso brulla e incapace di dar vita al benché minimo segno di vita vegetale; quella terra di desolazione si stendeva tristemente fra la rigogliosa Viridia e Konia,  nella più totale indifferenza delle autorità coniensi, uniche ad avere giurisdizione sul  deserto.
Ai viridiani invece dispiaceva molto vedere un tale scempio del territorio, e ancor di più gli dispiaceva  doverlo attraversare.
Da qualche settimana la pace di Viridia era stata turbata dalle mire di un ricco uomo d’affari,  assai bizzarro, il quale era riuscito a comprare la loro  terra col solo scopo di farne una pista di atterraggio per il suo jet.
“Ma dai, che te  ne fai di un’altra pista di atterraggio, “ gli avevano detto i suoi, “ ne hai già una in ogni capitale del mondo!” ma lui niente, non aveva sentito ragioni e quella terra libera e felice ora rischiava di morire per la sua follia.
Da quel momento i viridiani si erano preparati alla difesa:  in quattro e quattro otto avevano messo insieme un esercito coi fiocchi grazie alle api, che si erano esercitate ore e ore per essere pronte ad agire in caso di emergenza, elaborando strategie e piani di attacco; turni di sorveglianza, di giorno e di notte, erano stati predisposti per avvistare il nemico e dare l’allarme in caso di invasione.
Durante il  giorno era Pouli che sorvegliava Viridia e le zone circostanti, di notte c’era quel pigro fannullone perditempo scansafatiche mangia - pane- a - tradimento trippanzone nonché simpatica canaglia del gatto Ailuro che teneva orecchie e occhi aperti.
Ma torniamo al giorno dell’ispezione generale.
Il sole splendeva su Viridia, l’ispezione era andata bene e tutto tutto è bene quel che finisce bene, si sa,  ma il fatto è che non era ancora finito proprio nulla.
 Nel bel mezzo di questa gioia generale  uno squillo di tromba da far svegliare i ghiri in pieno inverno  turbò la pace dei viridiani.
“Oh, insomma, che altro c’è?  Vuoi vedere che  mi  rovinano anche il pranzo? Pouli, vai e riferisci”.
Pouli, senza batter ciglio, andò subitissimo ad informarsi del nuovo guaio che si profilava.
Tornò in capo a due minuti con gli occhi strabici  per lo sforzo.
“Capitano, capitano...il nemico. Si avvicina a grandi passi. Questa volta con mezzi pesanti.”
“Il nemico? A quest’ora? Per le mie zinnie: e il pranzo? “
“Capitano  hanno portato quei cosi...”
“Quali cosi?”
“I cosi...gli scava..i tori...”
“Vuoi dire gli escavatori? Ah! Il nostro Esimio Responsabile è appena partito per visitare i più grandi parchi del mondo, ora la responsabilità è tutta sulle mie spalle! Suona subito l’allarme, Pouli.  Ai ripari! Alle armi!  Resistenza! Chiama le api, che si preparino perché tocca a loro. Sbrigati Pouli, o questa potrebbe essere la fine per Viridia”.
























martedì 15 ottobre 2019

Ermanno, sarto e re



Un sarto dall'animo puro, uno strano vestito, una notte di magia...
buona lettura


Ermanno, sarto e re
 Barbara Cerrone


C’era nell'aria un che di autunnale, malgrado a detta di molti  quell'anno l’autunno  stentasse ad  arrivare.
Il bosco sapeva di fresco, di umido, di pace; gli animali dormivano già, nonostante il sole insistente. Si preparava la lunga notte che come un tunnel porta dritta dritta alla tenera luce della primavera.
La terra tratteneva il calore incamerato durante l’estate come scorta, se lo teneva stretto nel grembo profondo, a mo’ di borsa dell’acqua calda.
Sulla pancia della terra il mondo degli uomini camminava frenetico, disperdendosi nei mille rivoli dei quotidiani affanni.
Fra questi esseri  caricati come pupazzi da una molla invisibile c’era anche lui, Ermanno.
Era alto...poco poco, e pesava...poco poco. Un omino piccino e buffo coi capelli di carota fresca e gli occhi blu come un cielo estivo. Un brav'uomo, tutto sommato, pieno di buoni sentimenti e senza odio per nessuno.
Di mestiere faceva il sarto, era bravo ma non aveva molti clienti perché il villaggio era povero, anche lui lo era, e faticava un bel  po’ ad andare avanti con i quattro soldi che riusciva a guadagnare. In compenso  aveva molti amici con i quali gli piaceva giocare a carte, oppure a tombola, specialmente nelle lunghe sere d’inverno.
La sua vita era semplice, e c’è da dire che, nonostante le ristrettezze, a lui piaceva proprio così com'era.
Un giorno Ermanno restò a lavorare fino a tardi nel suo laboratorio per finire un lavoro urgente.
Era stanco, aveva lavorato tutto il giorno,  gli occhietti blu gli si incrociavano e quasi non vedeva più dove metteva l’ago, ma con il poco lavoro che c’era doveva stringere i denti e sacrificarsi pur di guadagnare il necessario per sopravvivere.
Gli mancavano solo le ultime rifiniture, si voltò verso la finestra per cercare con lo sguardo le forbici, e lo vide.
Un enorme naso a patata schiacciato contro il vetro.
Il resto della faccia si intuiva a malapena. Ermanno riuscì solo a capire che era un uomo piuttosto basso, con un buffo berretto messo di sghimbescio sulla testa.  Fece per andare ad aprire la porta ma un improvviso timore lo fermò: c’erano stati molti brutti episodi, in paese, tipacci che di notte con una scusa si erano introdotti nelle case dei suoi compaesani per derubarli, Ermanno non voleva rischiare e si arrestò.
Intanto l’uomo alla finestra si era messo a bussare al vetro, prima con delicatezza poi sempre più forte, tanto che il nostro amico temette lo rompesse. Per evitare il peggio si decise ad aprire la finestra, giusto uno spiraglio, sufficiente per scambiare due parole con lo strano tipo senza rischiare troppo.
“Dunque,” gli disse con tono irritato, “ che volete a quest’ora? Perché tanto fracasso che quasi mi mandate la finestra in frantumi?”
“Perdonatemi, “ fece quello con un inchino, “ il mio nome è Arras, mi manda qui la mia signora, Ambrosia, la quale ha urgenza di un vestito. Lo deve indossare domani stesso in occasione di una grande  festa che si terrà a palazzo. Ho qui la stoffa e anche le misure, sono  scritte su questo foglio, ecco, prendete.  Fatele un modello da gran dama, io tornerò a prenderlo domattina stessa.”
“Un momento, un momento,  nemmeno se lavorassi tutta la notte potrei cucirlo in così poco tempo, inoltre  devo finire un altro lavoro, è di una mia buona cliente, me l’ha portato prima di voi. Ho tanto bisogno di lavorare ma stavolta devo dire di no. Ci sono altri sarti, nel paese vicino.”
“No, no, la mia signora è stata molto chiara, dovete cucirlo voi e solo voi. L’altro vestito lo finirete domani, questo è più urgente. Non potete rifiutarvi, questa stoffa è fatata , se non farete il lavoro al posto del  laboratorio domattina troverete un mucchietto di cenere.”
“Oh, povero me, povero me! Non posso farcela in una notte sola.”
“Ce la farete, e ora addio, a domattina”,  disse Arras, e svanì, come nebbia al sole.
Il povero Ermanno si mise le mani nei pochi capelli che gli restavano in testa: come poteva cucire un vestito da gran dama in una notte sola? E se non lo avesse fatto...oh, era proprio disperato!
Guardò meglio la stoffa: non era certo quel che si dice una pezza di pregio, anzi, sembrava la tela grezza che si usa per fare i sacchi.
“E devo farne un abito da gran sera? Mah!”
Si lamentò  ancora per un po’ , scuotendo il capo per la desolazione, poi però si mise al lavoro perché non c’era scelta e di tempo ce n’era ancora meno.
Tagliò, infilzò, cucì tutta la notte. Finalmente, all'alba, il vestito era pronto.
“Non avrei mai creduto di farcela,” pensò, “ anche questo ha della magia. Mi sono meritato un po’ di riposo, quasi quasi schiaccio un pisolino prima che arrivi il nasone a prenderselo”.
Il laboratorio si trovava al piano terreno della sua casa, Ermanno non fece che salire una rampa di scale e fu in camera sua. Si buttò sul letto e, senza avere nemmeno il tempo di svestirsi, per la grande stanchezza  si addormentò.
Quando si svegliò erano le undici passate.
“ Che ore sono? Le undici e mezzo! Spero proprio che il nasone non sia già passato per ritirare il vestito o io sarò nei guai”.
Si precipitò in laboratorio e si guardò intorno:   era come lo aveva lasciato qualche ora prima.
E il vestito? Lo aveva riposto nella cassapanca, ben ripiegato, perché non si sgualcisse, aprì e...che sorpresa! Al posto dell’abito  di misera tela ce n’era uno  di finissimo broccato.  Rubini e lapislazzuli impreziosivano la scollatura, e tutto l’insieme mandava un tale bagliore che Ermanno ne rimase quasi accecato.
“Ma cos'è successo? Che magia è questa?” esclamò il sarto, con le gambe che gli tremavano.
Mentre guardava e riguardava quell'abito incantato, ecco arrivare Arras in tenuta di gala.
“Vedo che hai mantenuto l’impegno.Bene. La mia signora, fata Ambrosia, te ne ricompenserà.”
“Una fata? Ecco, ora si spiega! Perché allora darmi quella brutta stoffa?” chiese Ermanno, ancora confuso.
“Era una prova. Io sono un folletto, la mia signora come ti ho detto è una fata e da fata aiuta chi ha bisogno. Sapendo della tua povertà voleva darti una mano,  ma prima doveva metterti alla prova. Quella brutta stoffa, come la chiami tu, è tale che in mano a un malvagio si fa di fuoco e gli brucia le mani, ma se la tocca una persona  veramente buona allora la sua bontà ne fa un preziosissimo  tessuto.
Fata Ambrosia ha girato il mondo per cercare persone da beneficare, purché  avessero un cuore puro. Ne ha trovate poche, ahimè, molte ora hanno nelle mani i segni della loro cattiveria. Le buone invece  sono diventate ricche e onorate, e per tutta la vita lo saranno. Anche tu, Ermanno, d’ora in avanti avrai ricchezza e  gioia. Lunga e bellissima sarà la tua esistenza, e ora dammi quel vestito, la mia fata sarà felice di vederlo”.
Arras prese l’abito  e quello subito si trasformò di nuovo in una brutta pezza di tela grezza e sporca.
Ermano, ancora incredulo, si pizzicò le guance per esser certo di non aver sognato, ma  nello stesso istante   un  magnifico tesoro si materializzò  davanti ai suoi occhi: oro, diamanti, gemme preziose e denaro, tanto denaro da non saper che farne.
E non fu che l’inizio. Ogni mattina, sopra il suo tavolo da lavoro, compariva un  nuovo tesoro.
Non basta: la gente del villaggio volle farlo marchese e da marchese, poi, divenne re.
Un re amatissimo e molto rispettato, il più felice che abbia mai portato una corona in testa.



domenica 13 ottobre 2019

Abbracciamondo


Capita a volte,  a grandi e piccini, di sentirsi così felici da aver voglia di abbracciare tutto il mondo, ma quando capita ai più piccoli può trasformarsi in una vera magia.
Buona lettura.



Abbracciamondo
Barbara Cerrone



Era una bella giornata , Teo  era così felice che aveva voglia di abbracciare tutto il mondo.
“Impossibile, figlio mio, “ disse la mamma con un bel sorriso, “ non puoi abbracciare tutto il mondo, ci vorrebbero delle braccia lunghe chilometri e chilometri.”
Teo si guardò le braccia: effettivamente erano un po’ corte, con delle braccia così al massimo avrebbe potuto abbracciare mamma o papà, di certo non il mondo intero.
“Se solo potessero crescere tanto da arrivare in cima al mondo!” pensò Teo tirandole, quasi volesse tentare di  allungarle.
E  tira tira alla fine, con sua grande sorpresa,  le sue braccia da corte che erano cominciarono ad allungarsi davvero.  Si allungarono al punto che fu costretto ad arrotolarle per non farle uscire dalla stanza.
“Mamma, mamma,” gridò, “vieni a vedere!”
La mamma era in cucina a preparare la cena , lì per lì pensò  che Teo volesse ancora parlarle della sua voglia  di abbracciare il mondo  perciò  gli rispose con un vago Sì, sì, arrivo  e continuò con le sue faccende, ripromettendosi di andare  da lui subito dopo aver infornato il pollo.
“Mamma, “ si lamentò ancora il povero Teo, “ vieni subito, crescono ancora!”
Ed era proprio così, le sue braccia non si erano fermate, crescevano ancora e ancora, tanto che ad un certo punto non bastò più arrotolarle, fu costretto a  buttarle  giù dalla finestra, dove continuarono ad  estendersi all'impazzata  come un lungo serpente senza fine.
Teo ormai non  vedeva più le sue manine, ed era ancora più disperato perché gli servivano, specialmente ora che aveva un po’ di raffreddore e doveva soffiarsi il naso.
“Aiuto, aiuto!” gridò ancora una volta,  ma sembrava proprio che nessuno lo sentisse, nemmeno la mamma che era di là, in cucina.
Disperato, non gli restava che uscire e inseguirle come poteva, in modo da riprendersi almeno le mani.
Corri corri si ritrovò in un paese sconosciuto. Sperduto e solo, chiese  a un passante  come si chiamava quel posto e quanto era distante da casa sua.
“Eh, “fece quello,”caro il mio bambino, questo è  Chenoncè e dista un buon quantoglipare dal tuo paese. Se ti sei perso sono affari tuoi, qui non ti aiuterà nessuno perché a Chenoncè non abita nessuno, io sono di passaggio, anzi, adesso me ne vado e tanti saluti”.
Teo ebbe un bel protestare, il tizio non volle saperne di dargli altre informazioni e se ne andò via, veloce come un fulmine.
In questa situazione complicata  che avrebbe mai potuto fare Teo? Riprese a inseguire le sue braccia, che nel frattempo erano ancora cresciute:  il povero bambino non ne vedeva più la fine.
Nella sua corsa  attraversò l’Africa, l’Asia, l’America e poi tutta  l’ Europa,  a farla breve girò il mondo intero.
Vide paesi, case, boschi e gente ai lati della strada a incitarlo come si fa con i ciclisti in gara.
 Incontrò due presidenti e un re, un viceministro gli strinse la mano, “Complimenti,” gli disse,” non si erano mai viste braccia tanto lunghe. Torni a trovarci, la rivedremo con piacere”.
Quando si accorse che le braccia si erano finalmente fermate il sole stava per tramontare, di lì a poco sarebbe calata la sera, insomma era proprio l’ora di tornare a casa per la cena.
 Il piccolo Teo raggiunse  braccia e mani,  le raccolse infilandosele in tasca un po’ alla meglio e mentre le spingeva dentro a forza, perché erano davvero troppo lunghe e faticavano ad entrarci, si disse che era proprio vero, era riuscito ad abbracciare tutto il mondo. Nonostante la gran corsa e la fatica,  gli venne quasi  voglia di abbracciarlo ancora.
“Evviva, evviva,” gridava saltando di gioia,” con le mie braccia sono arrivato dappertutto, appena a casa lo dirò alla mamma!”
Mentre saltava e rideva così, ecco passare di lì un’anziana signora che zoppicando andò verso di lui e gli rivolse la parola.
“Bel bambino, mi daresti una mano ad attraversare la strada? Come vedi fatico a camminare, se mi aiuti saprò ricompensarti. Dimmi cosa desideri e io te lo darò.”
“L’aiuterò signora, ma quel che voglio  è solo tornare a casa mia, dalla mia mamma.”
“Benissimo, aiutami che poi  ti ci porto io”.
Teo  si disse che la povera signora non era certo in grado di riportarlo a casa ma decise ugualmente di aiutarla, la prese sottobraccio  ed ecco che lei...sorpresa! Si mise a correre come il vento, trascinandosi dietro l’incredulo Teo che per la gran velocità quasi  volava nell'aria, come un aquilone. Un po’ di fifa l’aveva, è vero, però era così bello essere trasportato così,  sembrava di essere una piuma!  
In un battibaleno il nostro amico  si ritrovò davanti a casa. La  misteriosa signora, invece,  non c’era più.  Teo la cercò, per ringraziarla, ma inutilmente. Era sparita. E le sue braccia? Erano tornate come prima.
Teo si sentiva  confuso:  quanto tempo era passato? Mezz'ora? Un quarto d’ora? E cos'era stato, il suo, un sogno o una magia? Non lo sapeva. Pensandoci si disse che non era poi così importante, era riuscito ad abbracciare tutto il mondo e a tornare a casa in tempo per la cena.
Dalla finestra aperta della cucina giungevano  le voci dei suoi genitori: la mamma canticchiava apparecchiando la tavola,  e suo padre, che doveva essere  appena tornato,   stava raccontando la sua giornata alla mamma.
Aprì piano piano la porta ed entrò.
“Tesoro, scusa se non sono venuta subito da te, ho avuto problemi con il forno e poi mi ha chiamato la nonna ... che dovevi dirmi?”
“Oh, non importa, mamma. Era solo una sciocchezza.”
 “Bene, allora vai a lavarti le mani che è pronto in tavola” disse la mamma scompigliandoli i capelli.


martedì 24 settembre 2019

Una nuova vita per Geo


Eccomi qua, dopo tanto tempo torno a pubblicare una mia storia.
 L'estate è ormai alle spalle e bisogna farsene una ragione, magari pensando a quella che verrà.
Oggi vi propongo la vicenda a lieto fine di  Geo, un micio che ritrova una casa dopo un brutto periodo fatto di abbandono e solitudine.
Buona lettura


GEO
Barbara Cerrone


I primi brividi di freddo corrono già lungo le foglie e tra gli alberi, come un vento leggero.
Geo si ripara dentro una caverna scavata nel cuore della collina chissà quanto tempo fa, spera di trovarci anche qualcosa da mangiare, è digiuno da ieri e la fame gli fa vedere miliardi e miliardi di stelline davanti agli occhi.
Non ha nemmeno la forza di studiare un piano, è troppo debole per la strategia. Un topo gli attraversa la strada, ha un’aria appetitosa ma  Geo è indebolito e il topo è più veloce di lui, scappa prima che il vecchio gatto riesca a fare anche solo la mossa di rincorrerlo.
Geo non ha più una casa da un bel pezzo,  di tanto in tanto qualche umano gentile gli regala un po’ di croccantini o gli avanzi della sua cena, ma la sua situazione è grave, così grave che Geo schiaccia un pisolino. Non c’è niente di meglio per un gatto, giovane o anziano che sia, che schiacciare un pisolino,  quasi meglio di un bel boccone di pappa.  Quasi. Perché nel sonno spesso fanno capolino i sogni e i sogni degli affamati sono pieni di cibo e di tavole imbandite che al risveglio puntualmente svaniscono, lasciandoli con un palmo di naso.
Anche Geo sogna cibo squisito,  lo servono due gatti in livrea, come nei ristoranti di lusso, lui fa per afferrare tutto quel ben di Dio ma ecco che si sveglia e quella buona pappa non c’è più; tutto  intorno è solo buio e silenzio, nella caverna non c’è nessuno, a parte lui  e tre grossi ragni sulla parete.
Geo allora si rimette a dormire sperando di non sognare più quello che non può avere, ma la fame è vigliacca e tormenta le sue povere vittime. Non c’è pace per Geo, nemmeno in sogno.
I gatti di solito dormono di più durante il giorno e la notte vanno in giro, Geo invece, poiché  è anziano e l’umidità gli fa male alle ossa,  preferisce stare al riparo e vagare per le strade del villaggio durante il giorno, quando la temperatura è più mite.
 Questa  notte  la passa così, svegliandosi di soprassalto fra un sogno e l’altro, finché la luce del giorno non si infiltra in quell'antro buio, e con la luce un rumore di passi umani.
E’ Orazio, l’uomo che abita nella casa vicina alla grotta, odia i gatti e ogni volta che incontra il nostro micio cerca di prenderlo a calci. Geo riconoscerebbe il suo odore da lontano. L’unica cosa da fare è scappare e lui scappa, infatti, così veloce che Orazio, incrociandolo, cieco com'è pensa sia una lepre.
“Guarda come si avvicinano alle case, ora!” esclama convinto.
Il gatto intanto si è rifugiato nel giardino della casa rosa, in fondo al vicolo; gli è sempre piaciuto quell'angolo verde,  ora  in quella casa ci abita un’altra umana, la vecchia proprietaria se n’è andata e lui non sa se la nuova gradirà la sua presenza.
Una ciotola all'ingresso di casa lo fa ben sperare: questa umana ama i gatti, a meno che non sia per un cane quel recipiente rosso un po’ sbiadito e terribilmente vuoto, per il momento.
Per prudenza si nasconde acquattandosi dietro l’albero  al centro dell’aiola più grande, da lì può vedere, non visto, quello che succede intorno a lui e se c’è pericolo fa in tempo a scappare saltando la ringhiera alle sue spalle. Si sente al sicuro e si rilassa con un bel pisolino.
La sua vita non è sempre stata così, randagia e affamata, un anno prima c’era ancora il suo amico Armando a occuparsi di lui, aveva una casa, un giardino nel quale scorrazzare  e una ciotola sempre piena. Poi Armando è morto.
Quando lo ha visto disteso in quella lunga scatola di legno  ha provato  a svegliarlo ma, niente da fare, il suo amico non ha riaperto gli occhi. Il giorno dopo  lo hanno portato via e lui non lo ha più visto. Inutilmente lo ha chiamato per giorni e giorni miagolando sul muretto del giardino.
I  figli e i nipoti di Armando  non ne hanno voluto sapere di lui, hanno venduto la casa e lo hanno lasciato al suo destino dicendo che tanto i gatti se la cavano sempre. Storie! I gatti anziani non se la cavano poi così bene, e non trovano facilmente umani  che li vogliano adottare,  gli umani di solito vogliono solo gatti piccoli, quelli già grandi non li prende  nessuno, se sono anziani poi non se ne parla.  Così Geo si era ritrovato solo e randagio da un giorno all'altro, e proprio quando avrebbe avuto più bisogno di essere accudito.
Gli capitava spesso di ripensare alla sua vita con Armando, alle sere d’inverno in cui gli si metteva accanto, sul divano, mentre l’umano si addormentava davanti alla tv.  Anche Geo dormicchiava, al caldo, e quando si svegliava andava a fare il pane sulle gambe di Armando che subito apriva gli occhi, guardava l’orologio e poi andava a letto, portandosi dietro il fedele micio che gli si accoccolava ai piedi, sul morbido lettone.
Stavano bene insieme, loro due, davvero.
Eh, bei tempi! Geo, dopo essere stato abbandonato, non si era  allontanato dalla strada dove aveva vissuto con Armando, era il suo territorio, lo conosceva bene, così come conosceva bene ogni abitante di quel  vicolo nella parte più antica del paese, una viuzza che finiva nel nulla della vegetazione,  in riva al fiume.
C’era Orazio, che odiava i gatti e cercava sempre di prenderlo a calci, mentre  Elvira e Ornella, sue vicine di casa, di tanto in tanto gli davano un po’ di pappa che compravano apposta per lui al supermercato.
Nella casa gialla, poi, viveva una famiglia con due bei bambini che quando riuscivano  a catturarlo lo portavano in casa per giocarci come con un pupazzo, fra le grida della madre che puntualmente lo buttava fuori sbattendo la porta.  Accanto a loro abitava una bambina dolcissima che gli dava pappa e carezze, ma sua madre  era allergica al pelo del gatto e quando Geo era in casa lacrimava e starnutiva  a più non posso e alla fine lo metteva fuori con la solita frase:” Mi dispiace, micio, o tu o io”.
Così Geo conduceva la sua vita solitaria da randagio, riparandosi dal freddo e dalla pioggia nella vecchia grotta, senza sapere mai, allo spuntar del giorno,  se avrebbe mangiato oppure no.
Un rumore  lo sveglia all'improvviso: è la porta verde che si apre ed eccola, la nuova umana.
Geo la osserva, come tutti gli umani è strana, ha una massa di lunghi peli gialli che le ricadono giù, sulle spalle, è di piccole dimensioni e sembra innocua. Si guarda intorno come se vedesse il giardino per la prima volta e sorride,  gli umani sono proprio strani, pensa ancora Geo, e resta a guardare senza uscire dal nascondiglio.
L’umana ora guarda la ciotola, sembra contenta di trovarla vuota, poi rientra in casa e ne esce di nuovo con un barattolo in mano.  Geo ha l’acquolina in bocca, la donna sta versando una gran quantità di pappa nella ciotola,  lui vorrebbe avvicinarsi ma è troppo rischioso. Non la conosce, non si fida, ha avuto tante brutte avventure da quando non ha più una casa e ha paura. Aspetta  che l’umana sparisca di nuovo dietro la porta  e poi   tenta la sorte, ha tanta fame, si regge a malapena sulle zampe, la ciotola per lui è come un miraggio nel deserto.
Mentre  sta gustando il primo boccone ecco apparire di  nuovo la donna sulla soglia: batte le mani per la contentezza facendo mille moine a Geo, che resta così, con la bocca semiaperta, incerto se scappare o restare.
“Che bel micio, finalmente!”
Un secondo che sembra eterno e poi Geo scappa, lasciando a terra il boccone.
Inutilmente l’umana lo chiama “Micio, micio, vieni che non ti faccio niente”, Geo è già lontano.
Passa un’ora, il suo stomaco è più vuoto della caverna dove ha passato la notte, Geo si fa coraggio e torna nel giardino della casa rosa. L’umana non c’è, una finestra al primo piano è aperta,  da lì proviene uno strano rumore che lo incuriosisce, una specie di ticchettio continuo,  capisce comunque che lei è in casa impegnata a fare qualcosa  e si slancia verso l’ambita ciotola.
Mangia avidamente fino all'ultimo boccone e scappa subito via, ma non si allontana, va  di nuovo a nascondersi dietro l’albero,  in cuor suo spera che l’umana esca ancora a mettere  cibo nella ciotola.
Aspetta, aspetta si appisola di nuovo e quando si sveglia il cielo è già scuro. Il ticchettio non si sente più, la finestra è chiusa e illuminata, Geo  torna  quatto quatto alla ciotola ma la trova vuota. Pazienza, fra le tante cose che ha imparato nella sua nuova vita c’è proprio la pazienza, il saper attendere il momento buono.
Torna al suo nascondiglio e, nemmeno a dirlo, si addormenta di nuovo. Si sveglia solo a notte inoltrata, la casa rosa è immersa nel buio, l’umana probabilmente dorme,  e la ciotola è ancora vuota.
Decide di fare un giretto di ispezione lungo la via e poi al fiume, tornerà magari all'alba, in cerca di altra pappa.
Nel suo girovagare Geo non si accorge che il tempo passa, il sole è già alto quando torna nel giardino.
Le finestre della casa sono tutte aperte, si sente di nuovo il ticchettio, ma niente pappa nella ciotola.
Dopo un po’ due umane aprono il cancello ed entrano in giardino.
“Bea, vieni? Noi andiamo a far la spesa, dai che facciamo tardi!”
L’umana dai capelli gialli esce di corsa e va via con loro, Geo osserva la scena: sono tutte creature di piccola taglia, una ha folti peli neri corti sulla nuca e parla in continuazione, l’altra invece ha i peli biondi come Bea ma non così lunghi, le arrivano appena a  coprire il collo. Tutte e tre insieme fanno un rumore allegro che a Geo mette  voglia di fare le fusa.
“Dai, scrittrice, che noi non abbiamo i tuoi tempi comodi, io ho  il turno delle due oggi,  siamo di fretta” dice la chiacchierona coi peli neri e corti.
Scrittrice. Geo si chiede cosa voglia dire.  In pochi minuti ha scoperto due cose  dell’umana: che si chiama Bea e che  è una scrittrice, anche se non sa cosa vuol dire. Qualcosa nella sua mente felina gli fa pensare che possa avere a che fare con quel ticchettio che proviene dalla finestra al primo piano.
“E questa ciotola?” chiede l’umana con i peli neri.” Nutri  tutti i gatti del centro storico? Saranno felici del tuo arrivo.”
“Oh, smettila di prendermi in giro, “ replica Bea,” amo i gatti, e allora? Nei centri storici spesso ci sono dei randagi e io voglio che trovino un po’ di pappa anche loro. E se non sono randagi non importa, vuol dire che me li farò amici”.
L’umana dai peli neri ride ed esce  insieme alle altre due, chiudendosi il cancello alle spalle, le tre amiche si allontanano, il loro chiacchiericcio  ricorda a Geo il cinguettio di certi uccellini, a primavera.
Geo decide di restare ancora un po’, vuole aspettare che Bea ritorni, magari gli porterà  del cibo e poi vuole studiarla, capire che tipo è, se si può fidare di lei, nel frattempo si sgranchisce le zampe gironzolando libero nel giardino.
Quando Bea torna lui è di nuovo acquattato nel suo nascondiglio. L’umana ha con sé una grande borsa piena dalla quale estrae un barattolo che il micio conosce bene, lo apre e versa tanti bocconcini nella ciotola, poi entra in casa, chiudendo la porta.
Geo non perde tempo e corre a mangiare ma stavolta Bea è più veloce di lui, esce,  e lo sorprende.
“Eccoti qua, bel micio. Fatti accarezzare, non aver paura”.
Geo è terrorizzato, stavolta però decide di finire la pappa  e si lascia accarezzare concedendole un po’ di fiducia, malgrado gli tremino le zampe. Appena finito scappa di nuovo, lasciandola lì, a chiamarlo con quella voce dolce.  Il micio fa un giro e poi torna al suo posto in giardino, per continuare l’esame della sua nuova amica che ancora non sa se sia davvero buona o no e nonostante ciò  gli piace, gli piace proprio quella Bea.
La finestra al primo piano è aperta, si sente il tic tic forsennato di lei che chissà che fa, Geo da buon gatto è curioso, vuole vedere e sapere. E soprattutto desidera tanto entrare in casa, per esplorarla.
Con un salto piomba sul davanzale della finestra, Bea non lo sente, è seduta a un grande tavolo e gli dà le spalle. Il ticchettio proviene da una specie di scatola che ha davanti e che somiglia tanto a quella che ha visto una volta nella casa gialla, la usavano i bambini e la chiamavano computer,  Bea ci batte sopra con le dita e lui  pensa che forse è proprio questo battere continuo  ciò che gli umani  chiamano scrivere.
Il micio si fa coraggio ed entra, balza giù con le sue zampe vellutate e fa un giretto per le stanze,  sale su per le  scale arrivando fino al piano superiore dove trova una porta aperta, ci scivola dentro e si trova all'interno di una piccola stanza  con due quadri alle pareti e un bel lettone al centro. Geo non resiste, vuole provare subito il letto. E’ così morbido e caldo! Gli ricorda i bei momenti passati  con Armando, le notti al caldo, sul plaid di pile, così lontane da quelle tristi e fredde nella caverna.
Su quella cuccia morbida non può fare a meno di rilassarsi e quando Geo si rilassa...si addormenta. Si sveglia dopo un po’ col  viso di Bea chino  sul suo muso.
“Bel micio, come sono contenta che tu sia qui!  Se non sbaglio sei un randagio e piuttosto malconcio. Io ho appena perso il mio amato gatto, Guglielmo, e non so consolarmi. Era un bel gattone  tigrato come te. Se vuoi puoi restare, mi farebbe piacere averti qui. Non so come ti chiami, che te ne pare se ti do il suo stesso nome, Guglielmo?”
Geo non sa più se scappare o restare, la voce di Bea è dolce e suadente, lo accarezza piano,  a lui scappa di fare un mare di fusa  ma...non si fida ancora, non si fida. E scappa, ancora una volta.
Passano  altri due giorni, Geo continua a studiare la sua nuova amica, e a mangiare il cibo che lei gli mette nella ciotola.
“Micio, Guglielmo,dove sei?”
Geo capisce che sta chiamando proprio lui. Guglielmo, pensa, è un nome che sa d’importante, in fondo Geo appartiene alla sua vecchia vita, ora sembra che un’altra gli si prospetti davanti, forse altrettanto bella di quella con Armando, anche se lui non scorderà mai il suo buon amico.
Si fa coraggio e risponde con un timido miaoo. Bea è al settimo cielo, gli va incontro, lo accarezza, lui la segue, entra in casa. Comincia così la loro vita insieme.
Ora la sera scorre dolce per Geo, pardon: Guglielmo.  Anche se fuori fa freddo lui ha il suo posto caldo sul divano, accanto a Bea, che si addormenta davanti alla tv. Guglielmo fa la pasta sulle sue gambe e lei si sveglia, lo accarezza e va a dormire nel lettone al piano di sopra.  Guglielmo la segue e si accoccola ai suoi piedi. Stanno bene insieme loro due, tanto bene.
Tutto è così caldo e morbido, le sue fusa fanno da ninna nanna a Bea che cade subito nel mondo dei sogni.
Anche Guglielmo sente calare le palpebre sui suoi grandi occhi verdi, ma prima di addormentarsi  ogni sera ripensa ai  tristi momenti passati nella sua vita da randagio e conclude, soddisfatto, che ora va meglio. 
Molto, molto  meglio.