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mercoledì 18 aprile 2018

La prima fiaba non si scorda mai...



Ecco la prima fiaba che ho scritto, a questa hanno fatto seguito altre avventure dei due fratelli che sono state poi raccolte in un libro.
Vi lascio in loro compagnia e vi auguro buona lettura e buona vita, sempre.














Pata e Pùnfete



Pata e Pùnfete erano due fratelli. Pata era piccolo e grassottello, aveva un enorme ciuffo di capelli rossogialli che gli penzolava sempre sul naso ed era molto intelligente, amabile e pieno di amici.
E questo era Pata.
Pùnfete , invece, era piccolo e grassottello come Pata, ma non aveva il ciuffo penzolante sul naso, anche perché i capelli se li era tagliati due circaanni prima e, per un ingarbugliato scherzo del destino pilifero, non gli erano più ricresciuti ed erano rimasti corti  ed ispidi come  quelli di Sigismondo, il porcospino amico di famiglia che era sempre alla ricerca di una spazzola capace di addomesticargli il mantello.  
Anche Pùnfete era molto intelligente e amabile, ma aveva un grosso, grosso problema che lo affliggeva, rendendolo triste e solitario: il poverino cadeva in continuazione e non sulle bucce di banana ma, così, senza nessun motivo!
E questo era Pùnfete.
Ciò detto, è facile immaginare a quali umiliazioni era sottoposto il povero Pùnfete, vero? Tutti lo prendevano in giro e quando lui e Pata camminavano per strada la gente del villaggio si metteva a ridere perché, puntualmente, Pùnfete cadeva, mentre il fratello lo aiutava a rialzarsi, diventando rosso rosso  nel viso paffutello.
Fu così che Pata disse un giorno a Pùnfete:
“Pùnfete, fratello mio, forse ho trovato il modo per non farti cadere più. C’è una donna nella casa del posto lontano che fa una pozione miracolosa, penso che dovremmo andare da lei e chiedere se ne dà un po’ anche a te. Ho monete a sufficienza per pagare e se non vuole soldi le canteremo una canzone: dicono, infatti, che ami molto la musica. Allora? Proviamo?”
Pùnfete lo guardò con gli occhi tristi.
 “ Fratello,” disse,” non so…forse è bene provare, ma ho perso la speranza! Ho preso tante pozioni strane, buone, cattive, dolci, amare e nessuna mai ha funzionato finora.”
 “Lo so, lo so, caro Pùnfete, questa è l’ultima volta, poi rinunciamo e andiamo a vivere nel castello di Rivastrana, in mezzo agli alberi del bosco che nascondono il dolore, e nessuno, mai più, ti vedrà cadere.”
 “Va bene, forse hai ragione, proviamo”.
Così Pata e Pùnfete iniziarono a preparare il bagaglio per il lungo viaggio: 
due camicie chiare e due  camicie scure;
due paia di calzini di lana grattosa e due paia di calzini di lana morbidosa;
un pennello per spolverare la barba di Pata e una forbicina  per tagliare i peli del naso di Pùnfete;
un sapone che fa le bolle e un sapone che non le fa. 
Indossarono gli scarponi rossi per andar lontano e, mano nella mano, iniziarono il viaggio.
Sulla strada che cammina non c’era nessuno, ciò parve strano a Pata il quale disse, preoccupato, a Pùnfete: 
“ Fratello mio, cosa pensi di questo silenzio? Non c’è nessuno sulla strada e gli uccellini non cantano, non è normale: che cosa sarà successo?”
 “Non lo so, Pata, forse il silenzio è tornato. Da tanto tempo non si faceva vedere, ricordi? Era partito per un lungo viaggio in terre di sole, chissà, magari si è stancato e ha deciso di tornare qui.”
 “Forse, comunque non capisco perché nessuno sapeva del suo ritorno. Il vento che viene dal nord di solito porta notizie, come mai non ha fatto sapere nulla?”
 “Mah! magari siamo noi che non abbiamo ascoltato, succede.”
 “ Sì, succede,” ammise Pata, “ a volte succede”.
Ripresero il cammino. La strada tortuosa girava a giringiro vicino ad una vecchia quercia, e lì, dove il bivio faceva un punto interrogativo, Pùnfete esclamò: 
” E ora? Tu sai da che parte dobbiamo andare?”
 “No, “sospirò Pata”però credo che se punto il dito verso l’aria del sud capirò da che parte bisogna dirigere il cammino, perché il caldo asciugherà il dito che indicherà la direzione giusta”.
Ecco che Pata puntò il dito verso l’aria del sud e il dito cominciò a scaldarsi, a scaldarsi,  a scaldarsi finché per il gran calore non si piegò come Pata aveva previsto, indicando la direzione del giro di giraasinistra.
“ Ecco, visto Pùnfete? L’aria del sud ha parlato, dobbiamo andare da quella parte”.
 Prese di nuovo per mano il fratello e insieme imboccarono la via del giro di giraasinistra.
Dopo circa cento passi grossi, incontrarono un cervo triste che passava di là.
“ Cervo triste, buongiorno a te,” disse Pata, “per caso sai come mai oggi sulla strada che cammina non c’è nessuno?”
 “ No, amico, non lo so,”rispose il cervo, “e non m’interessa, ho altro da fare. Devo piangere per tutti i dolori del mondo, capirai,  un compito piuttosto impegnativo! Ora vi lascio, oggi è una giornata, sapeste... devo  anche aiutare la mia amica lince a togliersi le briciole dell’albero del sonno dalla pelliccia, dorme da settimane ormai e se non le tolgo quelle briciole pisolerà in eterno.” 
 “Capisco, cervo, “continuò Pata, “ma speravo tu ne sapessi qualcosa di più. Peccato, lo chiederò al prossimo incontro, se ci sarà. “
 “ Va bene, chiedi al prossimo incontro, e ora scusami, vado dove è giusto che io vada”.
Il cervo si allontanò, mentre Pata e Pùnfete si chiedevano quanto tempo avrebbe impiegato il loro amico per togliere le briciole dell’albero del sonno dalla pelliccia della lince, dato che quelle briciole erano così piccole e vischiose che quando si attaccavano a qualcosa ci volevano almeno due  decimillenni  per toglierle; Pata e Pùnfete rinunciarono a chiederselo oltre, perché avevano il loro bel da fare e da pensare con il viaggio e la pozione e Pùnfete che, come sempre, inciampava e cadeva e cadeva e inciampava.
E come se non bastasse il cammino si stava facendo sempre più tortuoso,  al punto da costringere  i due fratelli a storcere i loro lunghi piedi per adattarli alla strada, e tanto li storsero che ad un certo punto le dita cominciarono a toccare i talloni.
“Oh, guarda, Pata, i nostri piedi sono diventati come ciambelle. Che facciamo ora?”
 “ Non saprei, e’ difficile dire cosa fare, penso che quando gireremo verso casa torneranno come prima.” 
“Davvero, Pata? Speriamo tu abbia ragione, ma sono davvero scomodi così!”
Ripresero il cammino. Era un cammino pieno di passi e richiedeva grandi sforzi, Pata e Pùnfete erano esausti, la casa del posto lontano ancora non si vedeva e faticavano tanto con i loro piedi a ciambella.
D’un tratto, un luminoso ranocchio scappato da uno stagno vicino saltò sulla gamba di Pùnfete, in segno di saluto.
“Oh, guarda, “esclamò Pùnfete pieno di meraviglia, “un ranocchio luminoso! E’ il primo che vedo nella mia vita, certo è anche il primo viaggio che faccio, anzi, che facciamo, vero  Pata? Ciao, ranocchio, come mai da queste parti? “
 “Ciao, persona che viaggia,”gracidò il ranocchio, “sono qui perché la fuga dallo stagno mi ha portato lontano. Non volevo saltare a così grande distanza ma la mia vita è una vita che salta ed io la devo seguire  e ogni volta è una gran fatica, sapessi!” 
“Perché sei scappato dallo stagno?” chiese Pata.
 “ Perché ogni ranocchio cresciuto prima o poi deve fuggire dallo stagno, si sa, è la prassi! Poi si torna, sai? Solo che io ora mi sono perso e non so più trovare la strada per tornare a casa.”
 “Oh, mi dispiace,”piagnucolò Pùnfete,”ed è per questo che sei saltato sulla mia gamba? Perché speri che ti accompagni al tuo stagno? “
 “No! Io non salto sulle gambe delle persone per comodità, ma per fare amicizia! Tu non puoi aiutarmi, devo trovare la strada da solo: è sempre la prassi!”
 “ Capisco, e ora scusami, ranocchio luminoso, ma io e mio fratello dobbiamo proprio andare. Abbiamo un posto lontano da trovare e i piedi a ciambella. Ciao, ranocchio.”
“ Ciao, persone che viaggiano: viaggiate bene”.
Pata e Pùnfete tornarono ad essere soli con i loro piedi a ciambella. La fatica li affaticava ma avevano il cuore leggero e questo bastava a farli andare veloci come l’aria marzolina.
Camminando e parlando, ogni tanto levavano gli occhi al cielo e ad un certo punto si accorsero che si era fatto più triste.
 “ Cos'ha il cielo, “ chiese Pata,” sembra abbia voglia di piangere…”
“ Sì, lo vedo, e mi dispiace per lui. Cielo, c’è qualcosa che non va?”
 “Niente, niente,” borbottò il cielo da sotto le nuvole,” sto bene, è solo un po’ di allergia, passerà. Sono un cielo primaverile, sapete, e i pollini non mi danno tregua. Etciù’!  Scusate, adesso lacrimerò un po’ ma voi non preoccupatevi: potete ripararvi sotto quella palma, non ci vorranno troppe lacrime, poi arriverà il vento e tornerò a soleggiare.”
 “Grazie. Arrivederci cielo,” disse Pata, “adesso andiamo sotto la palma e aspettiamo che il vento soffi”.
I due fratelli saltarono sotto le foglie verdi della palma, aspettando che passassero le lacrime del cielo.
 Il cielo pianse a lungo, in realtà, perché quell'allergia era più forte del previsto. 
Pata e Pùnfete erano proprio stufi, la palma era scomoda e cominciavano ad avere freddo, sotto le sue braccia verdi non passava il sole e la primavera  somigliava ad un inverno caldo.
“Pata,” gemé Pùnfete,”sono stanco, forse dovremmo rinunciare a questo viaggio, il cielo non sta bene, i nostri piedi sono a ciambella, la strada è tortuosa ed io continuerò a cadere sempre! Sono un pasticcione, è più forte di me, sono nato per cadere, non cambierò.”
 Sei così dolce e amabile, cosa vuoi che importi se cadi sempre? Io ti voglio bene lo stesso e anche gli amici del bosco e della valle e della casa che non c’è. Loro ti amano così. Comunque, non disperare, ce la faremo, vedrai,  riusciremo a trovare la donna e la pozione, ne sono certo.”
Improvvisamente il cielo smise di piangere e allungò una mano  verso Pùnfete.
“ Amico,” sospirò, “sono addolorato dal tuo dolore e,  anche se non sono autorizzato ad indicarti la strada per arrivare alla tua pozione … dato il caso…ho deciso di fare un’eccezione! Ti dirò come fare per arrivarci prima e senza troppa fatica.”
 “Grazie, cielo piangente,” esultò Pùnfete,”non ci speravo più, ormai. Dimmi, anzi, dicci, cosa dobbiamo fare.”
 “ Oh, nulla di speciale, in realtà, dovete soltanto aggrapparvi al mio dito ed io vi porterò su una delle mie nuvole, la leggera dal colore rosa, sapete? Quella che si mette sempre in mostra vicino al sole che tramonta, presente? Per una volta, invece che pavoneggiarsi, farà qualcosa di utile.”
“ Grazie, caro cielo,” disse Pata, “a nome di noi due fratelli, grazie!”
Il cielo porse un’altra delle sue dita azzurrine e li sollevò con delicatezza. Pùnfete  pesava un bel po’ e soffriva di vertigini ma il cielo fu davvero bravo a portarlo su fino alla nuvola vanitosa.
 “Ecco, “sbuffò dopo lo sforzo,”adesso siete sulla nuvola leggera, fate buon viaggio e credete nel credere o non ce la farete mai.”
  “Ciao, ciao, ciao!” salutarono Pata e Pùnfete, partendo con la nuvola  alla velocità del vento che soffia.
La nuvola leggera fece il suo dovere, quella volta, il viaggio fu  rapido e senza scosse, con il sole alle spalle e la luna negli occhi: in un battiminuto arrivarono al posto lontano, davanti alla casa della donna e della pozione.
“Siamo arrivati, siamo arrivati, siamo arrivati!” giubilò Pata saltellando di gioia mentre Pùnfete, come al solito, inciampava.
Tanto fecero rumore gioioso che si svegliò la donna della pozione. Dormiva sempre dietro l’albero dei sogni, pieno di fiori bianchi ma circondato da siepi coperte di spine (per scoraggiare i  visitatori sgraditi).
 “Cosa c’è? Chi grida in questo modo? “ brontolò la donna sollevandosi dal suo giaciglio.
 “ Siamo  Pata e Pùnfete signora, “urlò Pata per essere sicuro che lo sentisse,” siamo qui per chiedere il suo aiuto.”
 “Il mio aiuto? Mah! Che dire?  Ultimamente non sono riuscita ad aiutare nessuno. Sono molto stanca e gli anni cominciano a pesare. Da dove venite?” chiese la donna.
 “ Da un posto lontano,”rispose Pata,”che per noi è vicino e che ci manca tanto. Ora, vede, il problema riguarda mio fratello, il quale, poverino, si chiama Pùnfete e con questo nome, capirà, si trova nella difficile situazione di uno destinato a cadere sempre. Siccome  è  giovane e timido e si vergogna delle brutte figure che fa e io che sono suo fratello soffro per lui...”
“...piano, piano. Così non capisco nulla! Parla più lentamente, ragazzo.”
 “Dicevo … siccome è timido e giovane e non vuole fare brutte figure e invece le fa continuamente, ecco che ci siamo decisi a venire fin qui per chiederle aiuto. Sappiamo della sua pozione e di quanto sia buona per i casi come il nostro, vorremmo comprarla, se lei è d’accordo. Ho le monete e, se vuole, le posso cantare una canzone.”
“Oh, no! Basta con le canzoni, “sbottò la donna,” non ne posso più. Le monete ve le potete tenere. Sono vecchia, ormai, e vivo di altre cose. Qui non mi manca nulla, che me ne farei delle vostre monete? No, piuttosto sentite: la pozione che chiedete io ce l’ho ma non funziona per i casi come il vostro, vi hanno informato male. Sì, qualche caso l’ho trattato ma senza successo, perché il poverino di turno è stato bene per un po’, poi  ha ricominciato a cadere. No, non vi serve la pozione. Tuttavia un consiglio io l’avrei.”
“Dica, dica, gentile signora,”supplicò Pùnfete, “ io farei di tutto per guarire.”
“Calma, calma, sappi  che è un’impresa difficile per due come voi. Comunque, si tratterebbe di salire sull'albero più alto dell’alto e da lì, senza penzolare troppo,  guardarsi in uno specchio d’acqua.” 
 “ Salire su di un albero? Guardarmi in uno specchio d’acqua? Ma a che serve tutto questo? “  domandò Pùnfete, deluso.
“ Serve, serve. Se lo vuoi fare bene sennò amici come prima. Io te l’ho dato il consiglio, al resto pensaci tu.”
Così dicendo si ritirò e tornò a dormire, fra gli sbuffi dei papaveri, sempre più assonnati.
“Ecco, Pata, siamo punto e a capo. Conviene tornarcene a casa, sconfitti più di prima.”
“No, no, no e ancora no! Siamo venuti fin qui per risolvere il tuo problema e, per tutti i destini stregati del mondo, lo risolveremo! Proviamo, che ci costa? L’albero più alto dell’alto è qui vicino ed io sono un bravo scala  alberi, tu puoi salire aggrappato a me, ti terrò, vedrai”.
Pata e Pùnfete allora fecero l’ultimo tentativo per risolvere il delicato caso e presero il vicolo per l’albero più alto dell’alto.
Dopo  pochi minuti di passi piccoli erano arrivati davanti all'albero che, in effetti,  stava aspettando proprio loro.
 “Oh, bene, siete arrivati,” disse dal profondo delle radici il vecchio albero,” sbrigatevi perché lo stagno qui sotto sta per asciugarsi, si è scocciato, non ce la fa più a continuare quella vita umida, e non c’è verso di convincerlo! Uhm, no, questo è un altro problema. Avanti, salite, e non vi fate male, perché il prato erboso è di cattivo umore oggi e potrebbe respingervi  se cadete".
Pata e Pùnfete iniziarono la salita. Ci vollero due notti doppie e due giorni tripli per arrivare in cima.
Finalmente, al secondo giorno triplo, i due toccarono la cima dell’albero.
“Pata, Pata, non vedo nulla! Dov’è lo specchio d’acqua?”
 “Pùnfete, abbi pazienza, ora guardiamo meglio: eccolo, eccolo! Come si è ritirato! Tra un po’ non ci sarà più. Su, forza, guardati prima che sia troppo tardi.”
Pùnfete si sporse verso il basso ma mentre si sporgeva uno dei suoi due piedi a ciambella si impigliò in un ramo.
“ Pata, Pata, Aiuto!” gridò il poverino mentre il fratello si affannava per liberarlo.
“Pùnfete, stai calmo, ci penso io, ecco, ho quasi fat…tooo!”
Terribile! Pata, nel tentativo di liberare il fratello, era scivolato e ora penzolava appeso ad un ramo sottile, mentre Pùnfete, in preda alla disperazione e con il piede ancora impigliato nel ramo, non sapeva che fare.
“Pata, Pata,” gemeva Pùnfete, “e ora? Come facciamo? Io non riesco a prenderti!”
Mentre Pùnfete tentava di divincolarsi per afferrare il fratello, il ramo a cui era appeso Pata scricchiolava e scricchiolava finché…Craac! Si spezzò!
Pùnfete, che aveva fra mille giri e rigiri raggiunto la mano del fratello, gli si aggrappò nell'estremo tentativo di tenerlo, ma fu tutto inutile: precipitarono insieme giù, nello stagno che specchia.
“Pata…”
“…Pùnfete!”
Urlarono all'unisono mentre cadevano a precipizio giù, verso l’acqua e verso l’ignoto.
L’acqua dello stagno, piuttosto infastidita a dire il vero, si voltò  irata verso i due ospiti inattesi, arrivati così, senza essere annunciati .
“Ehi, voi, ma che educazione è questa? Stavo dormendo! Vi pare questo il modo di presentarvi in casa della gente?”
“Scusi, signora, non volevamo, siamo precipitati giù dall'albero contro la nostra volontà e ora... glu, glu, glu... non sappiamo come fare perché non sappiamo nuotare" rispose Pata raggelato da questa fredda accoglienza.
“Ah, sì? E che precipitate a fare, allora, se neanche sapete nuotare? Mi dispiace, ma io non posso aiutarvi: come vedete sono ridotta all'osso, non ho forza a sufficienza per sostenervi, vi dovete arrangiare.”
“Signora, la prego, faccia qualcosa la scongiuro o moriremo!”
“Te l’ho detto, ragazzo, non posso far nulla e ora, se non vi dispiace, riprendo il mio sonnellino, auguri”.
Borbottando così l’acqua magra dello stagno si rimise a dormire, lasciando i due malcapitati ai loro guai.
Pata, nella sua disperazione non si era accorto subito di aver perso di vista Pùnfete.
Finalmente, dopo aver glugluato otto volte e otto volte aver gridato: “Aiuto! Affogo!”  capì che qualcosa non andava.
“Pùnfete, ma …dov'è mio fratello? Dove sei, Pùnfete?  E’ annegato, è annegato! Povero me, che farò senza Pùnfete?”
In quello stesso istante un guizzo, come di pesce che nuota allegramente, lo fece voltare: dalla parte del suo occhio sinistro, che poi era l’occhio che vedeva le cose piccole come se fossero grandi, una figura familiare scivolava sulla superficie dello stagno, tuffandosi ogni tanto come a cercar qualcosa.
“Ma…ma quello è Pùnfete! Punfeteee! Ehi, fratello, sono qui! Ma com'è possibile? Tu nuoti? E da quando?”
“Finalmente, Pata, non riuscivo a trovarti! Neanche io sapevo di  poter nuotare, che sorpresa, eh? Tranquillo, ora ci sono io che ti prendo, il pericolo è passato.”
Pùnfete, con due bracciate raggiunse Pata, ormai allo stremo delle forze, lo tirò su con forza e lo trascinò fino a riva.
“Incredibile!”esclamò Pata con l’ultimo fiato dell’ultima aria delle ultime forze che aveva,” Incredibile, Pùnfete. Tu nuoti e sei anche bravo. Come sarà successo?”
“ Non so, Pata, è una sorpresa anche per me, ma che importa come? L’importante è che ti ho potuto salvare.”
“Ma sì, certo. Adesso, però, torniamo sull'albero e riproviamo a guardare giù, dobbiamo terminare la nostra missione.”
Fece per alzarsi ma Pùnfete lo fermò.
“No, senti, io non ne ho voglia, preferisco lasciar perdere.”
“ Come? Di nuovo vuoi arrenderti? Proprio ora? No, fratello, non te lo permetto.”
“ Pata, non è tanto questione di arrendersi, è che nell'acqua vedo che  mi trovo bene.  Insomma qui non cado, non inciampo, sono agile e pieno di energia, capisci?”
“Capisco, ma che vuoi dire? Vuoi restare in ammollo per la vita? Tu non sei un pesce, sei un due piedi pestaterra! Pùnfete, dai, se proprio non vuoi più tentare di guarire almeno torna a casa con me.”
“Caro fratello, sapessi quanto lo vorrei! Però, vedi, a quanto pare l’acqua mi sia più congeniale della terra, perciò, anche se non sono un pesce, voglio restare nello stagno.”
“Ma lo stagno vuole ritirarsi a vita privata, non  lo vedi com'è scarsa l’acqua?”
“ Lo so, lo so, ma non dispero di convincerla, a volte l’entusiasmo di un novellino come me è contagioso, staremo a vedere. Se proprio non riuscirò a convincere lo stagno a continuare il suo lavoro cercherò un altro specchio d’acqua.”
Pùnfete sembrava determinato. Pata lo guardò con occhi più tristi della tristezza piagnucolosa, lo supplicò e lo guardò ancora ma niente: Pùnfete voleva restare, stava bene con l’acqua e voleva restare con lei.
“Pùnfete mio, quando mai ci rivedremo se tu non torni a casa con me? Ci perderemo per sempre.”
“ Troverò un modo per venirti a trovare, in fondo la strada la conosco, vedrai, non ci perderemo.”
“Sarà, ma io non sono tranquillo. E ora che fai, ti tuffi subito in acqua o mi accompagni per un po’?”
“ Mi è venuta un’idea, chiederò all'acqua se conosce una scorciatoia, in modo che tu possa tornare al paese in un frangisecondo.”
“ Grazie, Pùnfete, ma credi che me lo dirà? Prima è stata scortese con me.”
” Ma no, era solo un po’ stanca, sono tempi duri per lei, ricordi? No, ci penso io, siamo entrati in confidenza.”
Pùnfete si allontanò e prese la via dell’acqua, Pata sentì il rumore del tuffo.
“Pata, Pata, vieni!” gridò Pùnfete dal centro dello stagno.
“Che? Dovrei entrare di nuovo in acqua? Non ci penso nemmeno.”
“Sì, tranquillo, ci sono io, vieni, ti dico, io e l’acqua ti faremo tornare a casa.”
“Va bene, arrivo, però ho paura”, sbuffò Pata correndo verso il fratello.
Quando, tutto tremante, fu di nuovo immerso in quel liquido freddo che proprio non gli piaceva, Pùnfete venne in suo aiuto, sostenendolo.
“Ecco, visto? Sono qua io a tenerti a galla! L’acqua dice che c’è una bolla d’aria che passa di qua ogni mattina a quest’ora, è molto puntuale, c’è da fidarsi. Pare che sia disponibile a trasportare i forestieri in difficoltà.”
“Una bolla d’aria? E mi trasporterebbe?” chiese Pata con gli occhi della meraviglia.
” Ci devi entrare dentro, è ovvio.”
“Tu e l’acqua avete bevuto del vino! “sbraitò Pata tutto rosso in viso, “come faccio ad entrare in una bolla d’aria?”
“ Sarà facile, vedrai, l’acqua mi ha dato la sua parola. Stai tranquillo, ce la farai.”
Proprio  mentre parlavano una schiumosa, gigantesca bolla d’aria blu si avvicinò al pelo dell’acqua. Be’, a dirla tutta, più che avvicinarsi scivolò sull'acqua con un gran fracasso.
“ Oh, ma che razza di uragano sta arrivando?” disse Pata, “non sarà mica questa pazza la bolla che mi deve trasportare fino a casa? Io non vado con lei.”
“ Sì, è lei ma stai tranquillo, ha solo fatto un atterraggio d’emergenza, non lo vedi com'è grossa, poverina?  Non è facile per lei atterrare.”
“ Scusate, giovanotti, chi è di voi che devo portare a casa?” domandò la bolla.
“ Ehm, è lui, signora, è mio fratello Pata.”
” Oh, prego, signor Pata, si accomodi pure a bordo, purtroppo ho una certa fretta. C’è un deltaplano arenato nel sud del nord che deve essere trascinato a terra, mi aspettano con ansia per questa operazione. Capirà, è piuttosto delicata.”
“ Certo, certo, madame! Adesso Pata viene, vero, Pata?” disse Pùnfete spingendo il fratello  che non voleva andare.
“ Ho paura, Pùnfete, quella è sciroccata, io non salgo.”
“ Vai e non fare storie, non hai sentito che va di fretta?”
“E  noi? Quando ci rivedremo? Come faremo a sentirci?”
“ Nello stesso modo,  la bolla d’aria è sempre in servizio e pensa anche al trasporto delle voci. La manderò da te una volta alla settimana, così ti porterà la mia voce e a me riporterà la tua, e quando vorremo vederci saliremo su di lei. Capito, ora, testone?”
“ Va bene, fratello, ma io sono triste lo stesso. Io soffro nel lasciarti,uééé!”
“ No, Pata, non piangere, te l’ho detto,noi non ci perderemo mai, giuro! Ed ora vai, ma prima salutiamoci”.
Pata e Pùnfete si strinsero forte l’uno all’altro. La bolla, sempre più spazientita, aprì la porta schiumosa e Pata salì a bordo scivolando come un’anguilla.
Il vento che sorride li sollevò delicatamente, Pùnfete salutava il fratello agitando la mano.
A Pata, che rispose al suo saluto piangendo calde e tiepide lacrime, parve di intravedere fra le dita di Pùnfete qualcosa di argenteo, come le squame di un bellissimo pesce.
“ Ma no,”pensò,”è l’effetto del sole che soleggia forte a quest’ora.”
E si allontanò su nel cielo con le ultime lacrime riposte nella tasca della giacca.

#turnoffyourcellphoneandconnectwithgod

Sinforosa Castoro ieri ha pubblicato un post sul suo blog che parla di un'iniziativa del Teatro Biondo  di Palermo volta a richiamare l'attenzione sulla necessità di spegnere i cellulari durante gli spettacoli. Una battaglia di civiltà e buona educazione che Sinforosa  propone di estendere  anche ai fedeli "distratti" che in chiesa lasciano squillare il telefono come se fossero al mercato e, a questo proposito, lancia:
#turnoffyourcellphoneandconnectwithgod 


I cellulari in certe situazioni devono restare spenti. In chiesa, soprattutto: se andiamo in questo luogo sacro è presumibile che lo facciamo perché crediamo in Dio e vogliamo raccoglierci in preghiera...raccoglierci...col cellulare che squilla? 
Civiltà, rispetto, educazione, consapevolezza del luogo in cui ci troviamo e fede, soprattutto, dovrebbero consigliarci di spegnerlo.


giovedì 5 aprile 2018

To bee or not to bee - La scomparsa delle api

Oggi voglio dare spazio a una segnalazione importante: si tratta della campagna lanciata dal WWF
To bee or not to bee.
Se nelle fiabe la natura di solito è intatta, nella realtà le cose vanno diversamente, lo sappiamo.
Prendiamo ad esempio le api:stanno scomparendo a causa del cambiamento climatico e della chimica in agricoltura, a quanto pare, e questa non è una fiaba...
Leggete qui sotto.




Allarme sulla scomparsa delle #api e degli altri impollinatori a causa del cambiamento climatico e della chimica in agricoltura. Il WWF lancia una campagna To bee or not to bee #BeeSafe #NonStopNews @WWFitalia



domenica 18 marzo 2018

Al lupo! Al lupo!

Conoscete le fiabe di Perrault? Ma certo che le conoscete! Cenerentola, Cappuccetto Rosso, La bella addormentata nel bosco...non sono che alcuni dei racconti che fanno parte della famosa raccolta Les Histoires ou  Contes du temps passé  noti anche come Contes de ma mère l'Oye.
Nel XVII° secolo la fiaba, fino ad allora patrimonio della tradizione popolare orale, conosce una grande diffusione fra le classi più colte e agiate grazie alla sua trasposizione letteraria.
Perrault nei Contes fa esattamente la stessa operazione e raccoglie, rielaborandoli, questi racconti popolari che  spesso erano conosciuti in versioni diverse, fissandone così definitivamente la trama.
Una curiosità: Cappuccetto Rosso in origine non aveva un lieto fine perché era una fiaba di avvertimento e doveva mettere in guardia dai pericoli del mondo; Perrault l'ha adattata alla  sensibilità dei raffinati lettori cui erano destinati i Contes, con nostro grande sollievo, aggiungo io.
Cappuccetto Rosso ha qualcosa da dire anche ai nostri giorni, il mondo nel frattempo non è certo diventato un luogo paradisiaco e il suo messaggio sembra più attuale che mai.
Allora, mi raccomando, attenti al "lupo"!
Con buona pace di questo splendido animale, oggi ampiamente riabilitato, divenuto suo malgrado simbolo della cattiveria pur non essendo né buono né cattivo ma solo un lupo. Semplicemente.


mercoledì 14 marzo 2018

Un medico particolare...


Medico. Una figura molto importante sulla quale non riversiamo solo le nostre aspettative di cura, ogni volta che dobbiamo consultarne uno vorremmo trovare in lui un professionista capace di rispondere anche alla nostra esigenza di essere ascoltati, compresi, in una parola: accolti.
Oggi  vorrei presentarvene uno piuttosto originale che cura un disturbo molto fastidioso con uno strumento di sua invenzione.

A voi il mio












Dottor  Singhiozzo
Barbara Cerrone

Tanto tempo fa, in una città lontana da qui, viveva un medico di fama internazionale, un luminare bravissimo che curava un disturbo fastidioso e con tali e frequenti recidive da uscirne pazzi: il singhiozzo. Per questo motivo e per molti altri ancora,  nessuno sapeva il suo vero nome ma per tutti lui era Dottor Singhiozzo.
Lo chiamavano a tutte le ore del giorno e della notte e lui, sempre disponibile, talvolta non chiedeva nemmeno la parcella, tanto era preso dalla nobile missione di liberar gli umani da quel disturbo che li faceva sussultare e ostacolava più di una conversazione.
Da quelle parti, poi, era un problema assai diffuso perché tutti mangiavano come forsennati, e questo a causa di un’usanza di quei luoghi che voleva s’ingurgitasse il cibo in fretta e furia, giusto per far vedere che il pasto era gradito.  E ogni volta, finito il pasto, entrava in gioco il nostro buon dottore (uomo di scienza e di gran cultura) con il suo aspiratore, strumento all'avanguardia e brevettato, che si applicava alla bocca del paziente per portar via il singhiozzo in poche mosse.
Di quell'aspiratore andava molto fiero, se lo portava dietro in ogni dove, casomai ci fosse stato un singhiozzante che lì ne abbisognasse.
L’unica guaio era che pesava tanto, quel benedetto strumento di salute, gli aveva perfino sviluppato i muscoli, ma solo al braccio destro, perché il sinistro era sempre impegnato nel gran gesticolare esplicativo: doveva pure illustrare bene, anche a quelli digiuni di ogni scienza, cosa faceva e come funzionava quell'aggeggio, perché ve ne erano di  diffidenti e timorosi assai di qualche effetto più che collaterale.
Ma era veramente efficace quella cura e di solito di certo non falliva, solo una volta capitò un contrattempo: successe un giorno che una grossa rana, saltando da una parte all'altra della strada per certe sue faccende da anfibio, gli capitò davanti all'improvviso e lui, non conoscendo il soggetto, pensò saltasse per via del singhiozzo e subito applicò l’aspiratore.
Vedendola slanciarsi come prima, dopo la cura, ebbe una grossa crisi esistenziale, rimuginò sul fatto di andare in Africa a domar leoni o di impiegarsi presso un grosso circo; per fortuna ben presto si riprese e quella crisi passò senza lasciar traccia.
Viaggiava sempre a piedi, il gran dottore, e non sapeva di nessun altro mezzo per muoversi e andare dai pazienti.
“Nell'esercizio fisico, “diceva, “ vi è la salute, più che in ogni farmaco.”
E grazie, direte voi, ha scoperto l’acqua fresca! Eh, no, un momento: ciò che non sapete è che erano tempi e luoghi, quelli, in cui non c’era ancora questa moda di correre e sudare, se non forse per guarire in un certo modo stravagante la più estrosa delle idiosincrasie.
Così si manteneva asciutto e magro come un ramoscello, e qualche volta oscillava al vento per quanto era leggera la sua massa. Mangiava poco, quel tanto che bastava a stare in piedi e correr dai pazienti.
Abitualmente portava nella tasca della giacca l’abbecedario del dottore esperto che sempre, dico sempre, consultava prima di dar pareri a tizio e Caio.
I suoi vestiti erano sempre neri, come il cilindro che portava in testa.
“L’uomo di scienza,” sentenziava sempre, ”non deve mai avere dei colori, dev'essere neutro, anche nel vestire”.
Col risultato di sembrare ancor più magro, e se lo s’incontrava in piena notte, mentre correva da un paziente in gran bisogno, lo si scambiava spesso per un palo, perché era alto, quasi metri due.
Non si era mai sposato perché, diceva: “Non può tradirsi la scienza con una donna, né con la famiglia”. 
Viveva solo con la governante, la signora Oriana, un tipo assai distinto, forse severa, ma stirava bene.
Si narra ancora di una guarigione che a buon diritto entrò nel libro delle scienze, e grandi onori furono tributati al buon dottore che non ne fece un vanto.
C’era in paese un grande recidivo, con un singhiozzo che perdurava almeno da un mese, e non trovava né pace né riposo… il dottor Singhiozzo lo fece sedere, gli disse due o tre parole dolci, lo consolò, lo incoraggiò bene bene, poi gli applicò il suo aspiratore e per un mese intero non lo tolse.
Il pover'uomo, sì, si lamentava e lacrime cadevano giù a fiotti su quelle guance incavate dalla fame, già che mangiare gli era impossibile con l’aspiratore sempre incollato alla bocca ad aspirare, giusto un po’ d’acqua, staccandolo un minuto, poteva bere e niente più. Nessuna concessione.
Ma dopo tutti questi sacrifici ecco che un giorno, e passato un mese, quel singhiozzaccio lo lasciò senza far più ritorno e lui, allora, fece un monumento (si può vederlo ancora nella piazza, tutto di marmo e alto metri tre) al suo dottore e all'aspiratore, e testimonia quanto fosse amato, il nostro buon Singhiozzo, dai suoi pazienti e dai concittadini.
Il fatto è che si preoccupava per davvero di farli vivere in salute e molto a lungo, ma ci teneva che fossero anche felici, diceva: “Conta molto esser contenti per restare sani”.
E  sempre, dico sempre, si dedicava a questa sua missione, specie la domenica ma non il venerdì: nel tardo pomeriggio se ne andava a fare visita a una vecchia zia, gran brava donna ma un po’ petulante, la quale spesso gli rimproverava di non pensare a lei quanto ai pazienti.  Ma lo diceva quasi per un vezzo e solo per sentirsi dire Non è vero! davanti ad una tazza di buon tè al limone, accompagnata da un bignè alla crema.
Eh, sì, credete, era lui il più grande.
Era l’unico, il solo.
Era il dottor Singhiozzo!