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martedì 15 ottobre 2019

Ermanno, sarto e re



Un sarto dall'animo puro, uno strano vestito, una notte di magia...
buona lettura


Ermanno, sarto e re
 Barbara Cerrone


C’era nell'aria un che di autunnale, malgrado a detta di molti  quell'anno l’autunno  stentasse ad  arrivare.
Il bosco sapeva di fresco, di umido, di pace; gli animali dormivano già, nonostante il sole insistente. Si preparava la lunga notte che come un tunnel porta dritta dritta alla tenera luce della primavera.
La terra tratteneva il calore incamerato durante l’estate come scorta, se lo teneva stretto nel grembo profondo, a mo’ di borsa dell’acqua calda.
Sulla pancia della terra il mondo degli uomini camminava frenetico, disperdendosi nei mille rivoli dei quotidiani affanni.
Fra questi esseri  caricati come pupazzi da una molla invisibile c’era anche lui, Ermanno.
Era alto...poco poco, e pesava...poco poco. Un omino piccino e buffo coi capelli di carota fresca e gli occhi blu come un cielo estivo. Un brav'uomo, tutto sommato, pieno di buoni sentimenti e senza odio per nessuno.
Di mestiere faceva il sarto, era bravo ma non aveva molti clienti perché il villaggio era povero, anche lui lo era, e faticava un bel  po’ ad andare avanti con i quattro soldi che riusciva a guadagnare. In compenso  aveva molti amici con i quali gli piaceva giocare a carte, oppure a tombola, specialmente nelle lunghe sere d’inverno.
La sua vita era semplice, e c’è da dire che, nonostante le ristrettezze, a lui piaceva proprio così com'era.
Un giorno Ermanno restò a lavorare fino a tardi nel suo laboratorio per finire un lavoro urgente.
Era stanco, aveva lavorato tutto il giorno,  gli occhietti blu gli si incrociavano e quasi non vedeva più dove metteva l’ago, ma con il poco lavoro che c’era doveva stringere i denti e sacrificarsi pur di guadagnare il necessario per sopravvivere.
Gli mancavano solo le ultime rifiniture, si voltò verso la finestra per cercare con lo sguardo le forbici, e lo vide.
Un enorme naso a patata schiacciato contro il vetro.
Il resto della faccia si intuiva a malapena. Ermanno riuscì solo a capire che era un uomo piuttosto basso, con un buffo berretto messo di sghimbescio sulla testa.  Fece per andare ad aprire la porta ma un improvviso timore lo fermò: c’erano stati molti brutti episodi, in paese, tipacci che di notte con una scusa si erano introdotti nelle case dei suoi compaesani per derubarli, Ermanno non voleva rischiare e si arrestò.
Intanto l’uomo alla finestra si era messo a bussare al vetro, prima con delicatezza poi sempre più forte, tanto che il nostro amico temette lo rompesse. Per evitare il peggio si decise ad aprire la finestra, giusto uno spiraglio, sufficiente per scambiare due parole con lo strano tipo senza rischiare troppo.
“Dunque,” gli disse con tono irritato, “ che volete a quest’ora? Perché tanto fracasso che quasi mi mandate la finestra in frantumi?”
“Perdonatemi, “ fece quello con un inchino, “ il mio nome è Arras, mi manda qui la mia signora, Ambrosia, la quale ha urgenza di un vestito. Lo deve indossare domani stesso in occasione di una grande  festa che si terrà a palazzo. Ho qui la stoffa e anche le misure, sono  scritte su questo foglio, ecco, prendete.  Fatele un modello da gran dama, io tornerò a prenderlo domattina stessa.”
“Un momento, un momento,  nemmeno se lavorassi tutta la notte potrei cucirlo in così poco tempo, inoltre  devo finire un altro lavoro, è di una mia buona cliente, me l’ha portato prima di voi. Ho tanto bisogno di lavorare ma stavolta devo dire di no. Ci sono altri sarti, nel paese vicino.”
“No, no, la mia signora è stata molto chiara, dovete cucirlo voi e solo voi. L’altro vestito lo finirete domani, questo è più urgente. Non potete rifiutarvi, questa stoffa è fatata , se non farete il lavoro al posto del  laboratorio domattina troverete un mucchietto di cenere.”
“Oh, povero me, povero me! Non posso farcela in una notte sola.”
“Ce la farete, e ora addio, a domattina”,  disse Arras, e svanì, come nebbia al sole.
Il povero Ermanno si mise le mani nei pochi capelli che gli restavano in testa: come poteva cucire un vestito da gran dama in una notte sola? E se non lo avesse fatto...oh, era proprio disperato!
Guardò meglio la stoffa: non era certo quel che si dice una pezza di pregio, anzi, sembrava la tela grezza che si usa per fare i sacchi.
“E devo farne un abito da gran sera? Mah!”
Si lamentò  ancora per un po’ , scuotendo il capo per la desolazione, poi però si mise al lavoro perché non c’era scelta e di tempo ce n’era ancora meno.
Tagliò, infilzò, cucì tutta la notte. Finalmente, all'alba, il vestito era pronto.
“Non avrei mai creduto di farcela,” pensò, “ anche questo ha della magia. Mi sono meritato un po’ di riposo, quasi quasi schiaccio un pisolino prima che arrivi il nasone a prenderselo”.
Il laboratorio si trovava al piano terreno della sua casa, Ermanno non fece che salire una rampa di scale e fu in camera sua. Si buttò sul letto e, senza avere nemmeno il tempo di svestirsi, per la grande stanchezza  si addormentò.
Quando si svegliò erano le undici passate.
“ Che ore sono? Le undici e mezzo! Spero proprio che il nasone non sia già passato per ritirare il vestito o io sarò nei guai”.
Si precipitò in laboratorio e si guardò intorno:   era come lo aveva lasciato qualche ora prima.
E il vestito? Lo aveva riposto nella cassapanca, ben ripiegato, perché non si sgualcisse, aprì e...che sorpresa! Al posto dell’abito  di misera tela ce n’era uno  di finissimo broccato.  Rubini e lapislazzuli impreziosivano la scollatura, e tutto l’insieme mandava un tale bagliore che Ermanno ne rimase quasi accecato.
“Ma cos'è successo? Che magia è questa?” esclamò il sarto, con le gambe che gli tremavano.
Mentre guardava e riguardava quell'abito incantato, ecco arrivare Arras in tenuta di gala.
“Vedo che hai mantenuto l’impegno.Bene. La mia signora, fata Ambrosia, te ne ricompenserà.”
“Una fata? Ecco, ora si spiega! Perché allora darmi quella brutta stoffa?” chiese Ermanno, ancora confuso.
“Era una prova. Io sono un folletto, la mia signora come ti ho detto è una fata e da fata aiuta chi ha bisogno. Sapendo della tua povertà voleva darti una mano,  ma prima doveva metterti alla prova. Quella brutta stoffa, come la chiami tu, è tale che in mano a un malvagio si fa di fuoco e gli brucia le mani, ma se la tocca una persona  veramente buona allora la sua bontà ne fa un preziosissimo  tessuto.
Fata Ambrosia ha girato il mondo per cercare persone da beneficare, purché  avessero un cuore puro. Ne ha trovate poche, ahimè, molte ora hanno nelle mani i segni della loro cattiveria. Le buone invece  sono diventate ricche e onorate, e per tutta la vita lo saranno. Anche tu, Ermanno, d’ora in avanti avrai ricchezza e  gioia. Lunga e bellissima sarà la tua esistenza, e ora dammi quel vestito, la mia fata sarà felice di vederlo”.
Arras prese l’abito  e quello subito si trasformò di nuovo in una brutta pezza di tela grezza e sporca.
Ermano, ancora incredulo, si pizzicò le guance per esser certo di non aver sognato, ma  nello stesso istante   un  magnifico tesoro si materializzò  davanti ai suoi occhi: oro, diamanti, gemme preziose e denaro, tanto denaro da non saper che farne.
E non fu che l’inizio. Ogni mattina, sopra il suo tavolo da lavoro, compariva un  nuovo tesoro.
Non basta: la gente del villaggio volle farlo marchese e da marchese, poi, divenne re.
Un re amatissimo e molto rispettato, il più felice che abbia mai portato una corona in testa.



domenica 13 ottobre 2019

Abbracciamondo


Capita a volte,  a grandi e piccini, di sentirsi così felici da aver voglia di abbracciare tutto il mondo, ma quando capita ai più piccoli può trasformarsi in una vera magia.
Buona lettura.



Abbracciamondo
Barbara Cerrone



Era una bella giornata , Teo  era così felice che aveva voglia di abbracciare tutto il mondo.
“Impossibile, figlio mio, “ disse la mamma con un bel sorriso, “ non puoi abbracciare tutto il mondo, ci vorrebbero delle braccia lunghe chilometri e chilometri.”
Teo si guardò le braccia: effettivamente erano un po’ corte, con delle braccia così al massimo avrebbe potuto abbracciare mamma o papà, di certo non il mondo intero.
“Se solo potessero crescere tanto da arrivare in cima al mondo!” pensò Teo tirandole, quasi volesse tentare di  allungarle.
E  tira tira alla fine, con sua grande sorpresa,  le sue braccia da corte che erano cominciarono ad allungarsi davvero.  Si allungarono al punto che fu costretto ad arrotolarle per non farle uscire dalla stanza.
“Mamma, mamma,” gridò, “vieni a vedere!”
La mamma era in cucina a preparare la cena , lì per lì pensò  che Teo volesse ancora parlarle della sua voglia  di abbracciare il mondo  perciò  gli rispose con un vago Sì, sì, arrivo  e continuò con le sue faccende, ripromettendosi di andare  da lui subito dopo aver infornato il pollo.
“Mamma, “ si lamentò ancora il povero Teo, “ vieni subito, crescono ancora!”
Ed era proprio così, le sue braccia non si erano fermate, crescevano ancora e ancora, tanto che ad un certo punto non bastò più arrotolarle, fu costretto a  buttarle  giù dalla finestra, dove continuarono ad  estendersi all'impazzata  come un lungo serpente senza fine.
Teo ormai non  vedeva più le sue manine, ed era ancora più disperato perché gli servivano, specialmente ora che aveva un po’ di raffreddore e doveva soffiarsi il naso.
“Aiuto, aiuto!” gridò ancora una volta,  ma sembrava proprio che nessuno lo sentisse, nemmeno la mamma che era di là, in cucina.
Disperato, non gli restava che uscire e inseguirle come poteva, in modo da riprendersi almeno le mani.
Corri corri si ritrovò in un paese sconosciuto. Sperduto e solo, chiese  a un passante  come si chiamava quel posto e quanto era distante da casa sua.
“Eh, “fece quello,”caro il mio bambino, questo è  Chenoncè e dista un buon quantoglipare dal tuo paese. Se ti sei perso sono affari tuoi, qui non ti aiuterà nessuno perché a Chenoncè non abita nessuno, io sono di passaggio, anzi, adesso me ne vado e tanti saluti”.
Teo ebbe un bel protestare, il tizio non volle saperne di dargli altre informazioni e se ne andò via, veloce come un fulmine.
In questa situazione complicata  che avrebbe mai potuto fare Teo? Riprese a inseguire le sue braccia, che nel frattempo erano ancora cresciute:  il povero bambino non ne vedeva più la fine.
Nella sua corsa  attraversò l’Africa, l’Asia, l’America e poi tutta  l’ Europa,  a farla breve girò il mondo intero.
Vide paesi, case, boschi e gente ai lati della strada a incitarlo come si fa con i ciclisti in gara.
 Incontrò due presidenti e un re, un viceministro gli strinse la mano, “Complimenti,” gli disse,” non si erano mai viste braccia tanto lunghe. Torni a trovarci, la rivedremo con piacere”.
Quando si accorse che le braccia si erano finalmente fermate il sole stava per tramontare, di lì a poco sarebbe calata la sera, insomma era proprio l’ora di tornare a casa per la cena.
 Il piccolo Teo raggiunse  braccia e mani,  le raccolse infilandosele in tasca un po’ alla meglio e mentre le spingeva dentro a forza, perché erano davvero troppo lunghe e faticavano ad entrarci, si disse che era proprio vero, era riuscito ad abbracciare tutto il mondo. Nonostante la gran corsa e la fatica,  gli venne quasi  voglia di abbracciarlo ancora.
“Evviva, evviva,” gridava saltando di gioia,” con le mie braccia sono arrivato dappertutto, appena a casa lo dirò alla mamma!”
Mentre saltava e rideva così, ecco passare di lì un’anziana signora che zoppicando andò verso di lui e gli rivolse la parola.
“Bel bambino, mi daresti una mano ad attraversare la strada? Come vedi fatico a camminare, se mi aiuti saprò ricompensarti. Dimmi cosa desideri e io te lo darò.”
“L’aiuterò signora, ma quel che voglio  è solo tornare a casa mia, dalla mia mamma.”
“Benissimo, aiutami che poi  ti ci porto io”.
Teo  si disse che la povera signora non era certo in grado di riportarlo a casa ma decise ugualmente di aiutarla, la prese sottobraccio  ed ecco che lei...sorpresa! Si mise a correre come il vento, trascinandosi dietro l’incredulo Teo che per la gran velocità quasi  volava nell'aria, come un aquilone. Un po’ di fifa l’aveva, è vero, però era così bello essere trasportato così,  sembrava di essere una piuma!  
In un battibaleno il nostro amico  si ritrovò davanti a casa. La  misteriosa signora, invece,  non c’era più.  Teo la cercò, per ringraziarla, ma inutilmente. Era sparita. E le sue braccia? Erano tornate come prima.
Teo si sentiva  confuso:  quanto tempo era passato? Mezz'ora? Un quarto d’ora? E cos'era stato, il suo, un sogno o una magia? Non lo sapeva. Pensandoci si disse che non era poi così importante, era riuscito ad abbracciare tutto il mondo e a tornare a casa in tempo per la cena.
Dalla finestra aperta della cucina giungevano  le voci dei suoi genitori: la mamma canticchiava apparecchiando la tavola,  e suo padre, che doveva essere  appena tornato,   stava raccontando la sua giornata alla mamma.
Aprì piano piano la porta ed entrò.
“Tesoro, scusa se non sono venuta subito da te, ho avuto problemi con il forno e poi mi ha chiamato la nonna ... che dovevi dirmi?”
“Oh, non importa, mamma. Era solo una sciocchezza.”
 “Bene, allora vai a lavarti le mani che è pronto in tavola” disse la mamma scompigliandoli i capelli.


martedì 24 settembre 2019

Una nuova vita per Geo


Eccomi qua, dopo tanto tempo torno a pubblicare una mia storia.
 L'estate è ormai alle spalle e bisogna farsene una ragione, magari pensando a quella che verrà.
Oggi vi propongo la vicenda a lieto fine di  Geo, un micio che ritrova una casa dopo un brutto periodo fatto di abbandono e solitudine.
Buona lettura


GEO
Barbara Cerrone


I primi brividi di freddo corrono già lungo le foglie e tra gli alberi, come un vento leggero.
Geo si ripara dentro una caverna scavata nel cuore della collina chissà quanto tempo fa, spera di trovarci anche qualcosa da mangiare, è digiuno da ieri e la fame gli fa vedere miliardi e miliardi di stelline davanti agli occhi.
Non ha nemmeno la forza di studiare un piano, è troppo debole per la strategia. Un topo gli attraversa la strada, ha un’aria appetitosa ma  Geo è indebolito e il topo è più veloce di lui, scappa prima che il vecchio gatto riesca a fare anche solo la mossa di rincorrerlo.
Geo non ha più una casa da un bel pezzo,  di tanto in tanto qualche umano gentile gli regala un po’ di croccantini o gli avanzi della sua cena, ma la sua situazione è grave, così grave che Geo schiaccia un pisolino. Non c’è niente di meglio per un gatto, giovane o anziano che sia, che schiacciare un pisolino,  quasi meglio di un bel boccone di pappa.  Quasi. Perché nel sonno spesso fanno capolino i sogni e i sogni degli affamati sono pieni di cibo e di tavole imbandite che al risveglio puntualmente svaniscono, lasciandoli con un palmo di naso.
Anche Geo sogna cibo squisito,  lo servono due gatti in livrea, come nei ristoranti di lusso, lui fa per afferrare tutto quel ben di Dio ma ecco che si sveglia e quella buona pappa non c’è più; tutto  intorno è solo buio e silenzio, nella caverna non c’è nessuno, a parte lui  e tre grossi ragni sulla parete.
Geo allora si rimette a dormire sperando di non sognare più quello che non può avere, ma la fame è vigliacca e tormenta le sue povere vittime. Non c’è pace per Geo, nemmeno in sogno.
I gatti di solito dormono di più durante il giorno e la notte vanno in giro, Geo invece, poiché  è anziano e l’umidità gli fa male alle ossa,  preferisce stare al riparo e vagare per le strade del villaggio durante il giorno, quando la temperatura è più mite.
 Questa  notte  la passa così, svegliandosi di soprassalto fra un sogno e l’altro, finché la luce del giorno non si infiltra in quell'antro buio, e con la luce un rumore di passi umani.
E’ Orazio, l’uomo che abita nella casa vicina alla grotta, odia i gatti e ogni volta che incontra il nostro micio cerca di prenderlo a calci. Geo riconoscerebbe il suo odore da lontano. L’unica cosa da fare è scappare e lui scappa, infatti, così veloce che Orazio, incrociandolo, cieco com'è pensa sia una lepre.
“Guarda come si avvicinano alle case, ora!” esclama convinto.
Il gatto intanto si è rifugiato nel giardino della casa rosa, in fondo al vicolo; gli è sempre piaciuto quell'angolo verde,  ora  in quella casa ci abita un’altra umana, la vecchia proprietaria se n’è andata e lui non sa se la nuova gradirà la sua presenza.
Una ciotola all'ingresso di casa lo fa ben sperare: questa umana ama i gatti, a meno che non sia per un cane quel recipiente rosso un po’ sbiadito e terribilmente vuoto, per il momento.
Per prudenza si nasconde acquattandosi dietro l’albero  al centro dell’aiola più grande, da lì può vedere, non visto, quello che succede intorno a lui e se c’è pericolo fa in tempo a scappare saltando la ringhiera alle sue spalle. Si sente al sicuro e si rilassa con un bel pisolino.
La sua vita non è sempre stata così, randagia e affamata, un anno prima c’era ancora il suo amico Armando a occuparsi di lui, aveva una casa, un giardino nel quale scorrazzare  e una ciotola sempre piena. Poi Armando è morto.
Quando lo ha visto disteso in quella lunga scatola di legno  ha provato  a svegliarlo ma, niente da fare, il suo amico non ha riaperto gli occhi. Il giorno dopo  lo hanno portato via e lui non lo ha più visto. Inutilmente lo ha chiamato per giorni e giorni miagolando sul muretto del giardino.
I  figli e i nipoti di Armando  non ne hanno voluto sapere di lui, hanno venduto la casa e lo hanno lasciato al suo destino dicendo che tanto i gatti se la cavano sempre. Storie! I gatti anziani non se la cavano poi così bene, e non trovano facilmente umani  che li vogliano adottare,  gli umani di solito vogliono solo gatti piccoli, quelli già grandi non li prende  nessuno, se sono anziani poi non se ne parla.  Così Geo si era ritrovato solo e randagio da un giorno all'altro, e proprio quando avrebbe avuto più bisogno di essere accudito.
Gli capitava spesso di ripensare alla sua vita con Armando, alle sere d’inverno in cui gli si metteva accanto, sul divano, mentre l’umano si addormentava davanti alla tv.  Anche Geo dormicchiava, al caldo, e quando si svegliava andava a fare il pane sulle gambe di Armando che subito apriva gli occhi, guardava l’orologio e poi andava a letto, portandosi dietro il fedele micio che gli si accoccolava ai piedi, sul morbido lettone.
Stavano bene insieme, loro due, davvero.
Eh, bei tempi! Geo, dopo essere stato abbandonato, non si era  allontanato dalla strada dove aveva vissuto con Armando, era il suo territorio, lo conosceva bene, così come conosceva bene ogni abitante di quel  vicolo nella parte più antica del paese, una viuzza che finiva nel nulla della vegetazione,  in riva al fiume.
C’era Orazio, che odiava i gatti e cercava sempre di prenderlo a calci, mentre  Elvira e Ornella, sue vicine di casa, di tanto in tanto gli davano un po’ di pappa che compravano apposta per lui al supermercato.
Nella casa gialla, poi, viveva una famiglia con due bei bambini che quando riuscivano  a catturarlo lo portavano in casa per giocarci come con un pupazzo, fra le grida della madre che puntualmente lo buttava fuori sbattendo la porta.  Accanto a loro abitava una bambina dolcissima che gli dava pappa e carezze, ma sua madre  era allergica al pelo del gatto e quando Geo era in casa lacrimava e starnutiva  a più non posso e alla fine lo metteva fuori con la solita frase:” Mi dispiace, micio, o tu o io”.
Così Geo conduceva la sua vita solitaria da randagio, riparandosi dal freddo e dalla pioggia nella vecchia grotta, senza sapere mai, allo spuntar del giorno,  se avrebbe mangiato oppure no.
Un rumore  lo sveglia all'improvviso: è la porta verde che si apre ed eccola, la nuova umana.
Geo la osserva, come tutti gli umani è strana, ha una massa di lunghi peli gialli che le ricadono giù, sulle spalle, è di piccole dimensioni e sembra innocua. Si guarda intorno come se vedesse il giardino per la prima volta e sorride,  gli umani sono proprio strani, pensa ancora Geo, e resta a guardare senza uscire dal nascondiglio.
L’umana ora guarda la ciotola, sembra contenta di trovarla vuota, poi rientra in casa e ne esce di nuovo con un barattolo in mano.  Geo ha l’acquolina in bocca, la donna sta versando una gran quantità di pappa nella ciotola,  lui vorrebbe avvicinarsi ma è troppo rischioso. Non la conosce, non si fida, ha avuto tante brutte avventure da quando non ha più una casa e ha paura. Aspetta  che l’umana sparisca di nuovo dietro la porta  e poi   tenta la sorte, ha tanta fame, si regge a malapena sulle zampe, la ciotola per lui è come un miraggio nel deserto.
Mentre  sta gustando il primo boccone ecco apparire di  nuovo la donna sulla soglia: batte le mani per la contentezza facendo mille moine a Geo, che resta così, con la bocca semiaperta, incerto se scappare o restare.
“Che bel micio, finalmente!”
Un secondo che sembra eterno e poi Geo scappa, lasciando a terra il boccone.
Inutilmente l’umana lo chiama “Micio, micio, vieni che non ti faccio niente”, Geo è già lontano.
Passa un’ora, il suo stomaco è più vuoto della caverna dove ha passato la notte, Geo si fa coraggio e torna nel giardino della casa rosa. L’umana non c’è, una finestra al primo piano è aperta,  da lì proviene uno strano rumore che lo incuriosisce, una specie di ticchettio continuo,  capisce comunque che lei è in casa impegnata a fare qualcosa  e si slancia verso l’ambita ciotola.
Mangia avidamente fino all'ultimo boccone e scappa subito via, ma non si allontana, va  di nuovo a nascondersi dietro l’albero,  in cuor suo spera che l’umana esca ancora a mettere  cibo nella ciotola.
Aspetta, aspetta si appisola di nuovo e quando si sveglia il cielo è già scuro. Il ticchettio non si sente più, la finestra è chiusa e illuminata, Geo  torna  quatto quatto alla ciotola ma la trova vuota. Pazienza, fra le tante cose che ha imparato nella sua nuova vita c’è proprio la pazienza, il saper attendere il momento buono.
Torna al suo nascondiglio e, nemmeno a dirlo, si addormenta di nuovo. Si sveglia solo a notte inoltrata, la casa rosa è immersa nel buio, l’umana probabilmente dorme,  e la ciotola è ancora vuota.
Decide di fare un giretto di ispezione lungo la via e poi al fiume, tornerà magari all'alba, in cerca di altra pappa.
Nel suo girovagare Geo non si accorge che il tempo passa, il sole è già alto quando torna nel giardino.
Le finestre della casa sono tutte aperte, si sente di nuovo il ticchettio, ma niente pappa nella ciotola.
Dopo un po’ due umane aprono il cancello ed entrano in giardino.
“Bea, vieni? Noi andiamo a far la spesa, dai che facciamo tardi!”
L’umana dai capelli gialli esce di corsa e va via con loro, Geo osserva la scena: sono tutte creature di piccola taglia, una ha folti peli neri corti sulla nuca e parla in continuazione, l’altra invece ha i peli biondi come Bea ma non così lunghi, le arrivano appena a  coprire il collo. Tutte e tre insieme fanno un rumore allegro che a Geo mette  voglia di fare le fusa.
“Dai, scrittrice, che noi non abbiamo i tuoi tempi comodi, io ho  il turno delle due oggi,  siamo di fretta” dice la chiacchierona coi peli neri e corti.
Scrittrice. Geo si chiede cosa voglia dire.  In pochi minuti ha scoperto due cose  dell’umana: che si chiama Bea e che  è una scrittrice, anche se non sa cosa vuol dire. Qualcosa nella sua mente felina gli fa pensare che possa avere a che fare con quel ticchettio che proviene dalla finestra al primo piano.
“E questa ciotola?” chiede l’umana con i peli neri.” Nutri  tutti i gatti del centro storico? Saranno felici del tuo arrivo.”
“Oh, smettila di prendermi in giro, “ replica Bea,” amo i gatti, e allora? Nei centri storici spesso ci sono dei randagi e io voglio che trovino un po’ di pappa anche loro. E se non sono randagi non importa, vuol dire che me li farò amici”.
L’umana dai peli neri ride ed esce  insieme alle altre due, chiudendosi il cancello alle spalle, le tre amiche si allontanano, il loro chiacchiericcio  ricorda a Geo il cinguettio di certi uccellini, a primavera.
Geo decide di restare ancora un po’, vuole aspettare che Bea ritorni, magari gli porterà  del cibo e poi vuole studiarla, capire che tipo è, se si può fidare di lei, nel frattempo si sgranchisce le zampe gironzolando libero nel giardino.
Quando Bea torna lui è di nuovo acquattato nel suo nascondiglio. L’umana ha con sé una grande borsa piena dalla quale estrae un barattolo che il micio conosce bene, lo apre e versa tanti bocconcini nella ciotola, poi entra in casa, chiudendo la porta.
Geo non perde tempo e corre a mangiare ma stavolta Bea è più veloce di lui, esce,  e lo sorprende.
“Eccoti qua, bel micio. Fatti accarezzare, non aver paura”.
Geo è terrorizzato, stavolta però decide di finire la pappa  e si lascia accarezzare concedendole un po’ di fiducia, malgrado gli tremino le zampe. Appena finito scappa di nuovo, lasciandola lì, a chiamarlo con quella voce dolce.  Il micio fa un giro e poi torna al suo posto in giardino, per continuare l’esame della sua nuova amica che ancora non sa se sia davvero buona o no e nonostante ciò  gli piace, gli piace proprio quella Bea.
La finestra al primo piano è aperta, si sente il tic tic forsennato di lei che chissà che fa, Geo da buon gatto è curioso, vuole vedere e sapere. E soprattutto desidera tanto entrare in casa, per esplorarla.
Con un salto piomba sul davanzale della finestra, Bea non lo sente, è seduta a un grande tavolo e gli dà le spalle. Il ticchettio proviene da una specie di scatola che ha davanti e che somiglia tanto a quella che ha visto una volta nella casa gialla, la usavano i bambini e la chiamavano computer,  Bea ci batte sopra con le dita e lui  pensa che forse è proprio questo battere continuo  ciò che gli umani  chiamano scrivere.
Il micio si fa coraggio ed entra, balza giù con le sue zampe vellutate e fa un giretto per le stanze,  sale su per le  scale arrivando fino al piano superiore dove trova una porta aperta, ci scivola dentro e si trova all'interno di una piccola stanza  con due quadri alle pareti e un bel lettone al centro. Geo non resiste, vuole provare subito il letto. E’ così morbido e caldo! Gli ricorda i bei momenti passati  con Armando, le notti al caldo, sul plaid di pile, così lontane da quelle tristi e fredde nella caverna.
Su quella cuccia morbida non può fare a meno di rilassarsi e quando Geo si rilassa...si addormenta. Si sveglia dopo un po’ col  viso di Bea chino  sul suo muso.
“Bel micio, come sono contenta che tu sia qui!  Se non sbaglio sei un randagio e piuttosto malconcio. Io ho appena perso il mio amato gatto, Guglielmo, e non so consolarmi. Era un bel gattone  tigrato come te. Se vuoi puoi restare, mi farebbe piacere averti qui. Non so come ti chiami, che te ne pare se ti do il suo stesso nome, Guglielmo?”
Geo non sa più se scappare o restare, la voce di Bea è dolce e suadente, lo accarezza piano,  a lui scappa di fare un mare di fusa  ma...non si fida ancora, non si fida. E scappa, ancora una volta.
Passano  altri due giorni, Geo continua a studiare la sua nuova amica, e a mangiare il cibo che lei gli mette nella ciotola.
“Micio, Guglielmo,dove sei?”
Geo capisce che sta chiamando proprio lui. Guglielmo, pensa, è un nome che sa d’importante, in fondo Geo appartiene alla sua vecchia vita, ora sembra che un’altra gli si prospetti davanti, forse altrettanto bella di quella con Armando, anche se lui non scorderà mai il suo buon amico.
Si fa coraggio e risponde con un timido miaoo. Bea è al settimo cielo, gli va incontro, lo accarezza, lui la segue, entra in casa. Comincia così la loro vita insieme.
Ora la sera scorre dolce per Geo, pardon: Guglielmo.  Anche se fuori fa freddo lui ha il suo posto caldo sul divano, accanto a Bea, che si addormenta davanti alla tv. Guglielmo fa la pasta sulle sue gambe e lei si sveglia, lo accarezza e va a dormire nel lettone al piano di sopra.  Guglielmo la segue e si accoccola ai suoi piedi. Stanno bene insieme loro due, tanto bene.
Tutto è così caldo e morbido, le sue fusa fanno da ninna nanna a Bea che cade subito nel mondo dei sogni.
Anche Guglielmo sente calare le palpebre sui suoi grandi occhi verdi, ma prima di addormentarsi  ogni sera ripensa ai  tristi momenti passati nella sua vita da randagio e conclude, soddisfatto, che ora va meglio. 
Molto, molto  meglio.

domenica 30 giugno 2019

Il sorriso delle margherite- ultima parte

Ecco l'ultima parte...
buona lettura.













Venerdì 6 luglio



Caro, carissimo diario
oggi mi sono occupata anche dei tacchini, la nonna mi aveva tenuta lontana da loro temendo che facessi qualche altra sciocchezza, ti rammenti?  Li abbiamo chiusi nei bidoni io e mia sorella.
Ancora oggi ho l’impressione che si ricordino e si allontanino da me per questo, la nonna ride e dice che non è così ma io lo vedo il loro sguardo scuro quando mi avvicino. Dovrò cercare di farmi perdonare, anche se non so ancora come. Già, diario, come ci si fa perdonare da un tacchino? Forse basterà non dargli più fastidio e magari mettergli il mangime, questo ti fa sempre fare amicizia con tutti.
Tacchini a parte ho fatto tante cose in questa giornata così calda che sembrava  mi sciogliessi come burro; ho anche piantato dei fiori, chissà se cresceranno; poi ho aiutato la nonna a stendere il bucato, tante lenzuola tutte bianche, non finivano più, e mutande, e i miei vestitini.
Alla fine eravamo stanche tutte e due, io di più perché sono piccola e non ci sono abituata, come  dice la nonna.
Non credere però che io qui non abbia anche amici della mia età: c’è Milena, una bambina grassottella che abita nella casa vicina, dorme sempre ma è simpatica, giochiamo insieme a campana e a nascondino, porta i suoi fratellini e insieme facciamo combriccola.
Insomma  qui ci si diverte  e non ci manca nulla.
Ti saluta Brogio che oggi, vecchio com'è, ha preso un topo. Per lo sforzo si è accoccolato in veranda e ha dormito fino a sera. 
Ora sono stanca, tra poco si cena e poi a giocare sull'aia con Milena finché il sonno non ci fa chiudere gli occhi.
Sono felice.




  

Martedì 10 luglio



La frutta che c’è qui, diario, non c’è da nessun’altra parte del mondo! Dolce, succosa...soprattutto le pesche.
Io e Milena ne abbiamo rubate due anche nel campo del burbero perché ci pareva che le nostre non ci bastassero.
Quante ne mangio, sapessi!  La nonna sta già cominciando a fare le marmellate, ne fa di buonissime e d’inverno me le mangio  sul pane a colazione, oppure le mette sulle crostate e mangio anche quelle.
Nonna è una cuoca eccezionale, anche più brava della mamma.
Il nonno lo dice sempre.  A proposito del  nonno volevo dirti che non sta ancora  bene. Non so cos’ha, è stato dal dottore ma gli ha consigliato solo di non stancarsi troppo: come se fosse facile per uno come lui. Ha sempre lavorato tanto, qui, in campagna. Gli piace lavorare la terra, forse io somiglio proprio a lui, chissà.
Ieri sera mi sono seduta sulle sue ginocchia e mi sono addormentata; lui era felice, sembrava anche meno stanco, spero tanto che stia meglio perché non lo voglio vedere così abbattuto.
Domani voglio svegliarmi presto, c’è il mercato in paese e la nonna ci va presto presto perché dopo fa troppo caldo. Non me lo perderei per niente al mondo.




  

Giovedì 12 luglio



Diario, ti ho mai detto quanto mi piace sentire le galline che fanno “Coccodè”? Quando chiocciano e chiacchierano come comari tra loro? E quando fanno l’uovo? Mi sale al cuore l’allegria!
A volte, dico la verità, entro nel pollaio apposta perché così loro cominciano a chiocciare a tutto spiano, la nonna si arrabbia ma in fondo che faccio di male? Lei dice  che si spaventano e magari le uova vengono meno buone...mah! Io  non voglio spaventarle, solo sentire il coccodè.
Il canto del gallo, invece, a volte mi disturba perché mi sveglia ma  solo un po’,  perché poi ricado subito nel sonno, anzi: sprofondo.
Sai,  tutti i rumori, qui, sono rumori buoni e mi piacciono.
Vorrei restare dai nonni  per sempre.








  

Lunedì 16 luglio


  

Il nonno è stato ricoverato in ospedale, noi siamo tutti qui, la nonna ha avvisato anche mamma e papà.
 Il fatto che siano stati  chiamati i miei mi fa pensare al peggio.  Io ti sto scrivendo dal tavolino che c’è in camera sua mentre i miei sono tutti intorno al suo letto e parlano sotto voce.
A vederlo fa impressione con quel viso sofferente, magro, gli occhi chiusi che apre solo ogni tanto e sembra non veda nessuno.
Ti ho mai detto che il nonno è un fenomeno? Quando guida la macchina, ad esempio,  gratta quando cambia le marce  e nonna si arrabbia, dice che non sa guidare,  ma a me sembra che guidi bene.
Non credo ci sia uno più simpatico di lui, anche quando gratta .
La sua macchina è una vecchia giardinetta, lui si lamenta  sempre che è vecchia come lui e un po’ è vero che gli somiglia.
Io non voglio che gli succeda qualcosa. Qui mi tengono all’oscuro, non mi dicono nulla,  intorno a me vedo solo facce scure e preoccupate.
Diario, ho paura: questa volta non so se ce la farà. Mi viene da piangere ma non posso farlo perché se mi sente si potrebbe spaventare, devo essere forte, lo dice anche la mamma che ha indovinato dal mio sguardo quello che provo in questo momento. La mamma mi legge dentro come se fossi un libro, non posso nasconderle nulla.
Anch'io, però, leggo dentro di lei e vedo che soffre e ha voglia di piangere quanto me.
Ora la mamma vuole portarmi a casa, dice che questo non è posto per me,  forse vuole evitarmi di vedere qualcosa di brutto, e questo mi spaventa ancora di più.
Che cosa posso fare? Solo pregare, diario. Pregare, pregare, pregare.
  


   

Oggi

  
Che sorpresa trovarti ancora qui! Sono passati  50 anni dall'ultima volta, pensavo che non esistessi più.
Venire qui, dopo la morte di mia madre, radunare le sue cose ha il sapore di una violazione, ed è infinitamente triste, come se i suoi vestiti, gli oggetti che le sono appartenuti stessero ancora aspettando il suo ritorno e io, portandoli via, togliessi loro ogni residua speranza di rivederla.
Venendo qui mi aspettavo di rivangare vecchi ricordi, di rituffarmi in pagine chiuse del mio passato, belle o brutte che fossero ma non credevo che lei avesse conservato anche te, diario, sepolto in un cassetto pieno di cimeli che mi riguardano: il mio primo dente da latte incastonato in una guaina d'oro, il velo della prima comunione, una cartolina spedita durante il viaggio di nozze.
E sotto tutte queste parti di me che lei conservava come per sentirmi ancora qui, tu, il mio diario dimenticato.
La tentazione di riprendere a scrivere è stata forte e così eccomi qui.
Allora, dove eravamo rimasti? 
L’ultima pagina l’avevo scritta il giorno prima della morte del nonno, poi non ti ho più  aperto, nemmeno per raccontarti tutto il mio dolore, come se qualcosa fosse cambiato per sempre dentro di me tanto da non aver più nemmeno voglia di scrivere. Non si perdona mai ai morti di averci lasciati.
Subito dopo il funerale la nonna ci annunciò la sua intenzione di vendere casa e terreno, cosa che fece poco tempo dopo. Poi venne a vivere con noi e ne fui felice ma intanto avevo perso il mio rifugio in campagna, non mi restavano che qualche uscita ai giardini pubblici e palazzi di 8 piani, e  questo non faceva per me.
A rileggere quello che scrivevo allora sento una gran tenerezza: che ingenuità!  E che visione “Tutto o niente” delle cose!  Provo tenerezza per quella che ero, per quello che pensavo e facevo, perfino per quella assurda fuga. Sono passati tanti anni da allora, sono cresciuta, invecchiata,  ma il sorriso delle margherite posso ancora vederlo.
Ero una ragazzina caparbia e disorientata, allora, terribilmente infelice per aver perso il mio angolo di paradiso, la mia dimensione più vera
Per molti anni non ho fatto altro che realizzare i sogni dei miei.
Loro hanno scelto per me, con amore e convinzione, ma io in quelle scelte non c'ero.
Dopo il liceo mi sono iscritta all'università, lettere, e mi sono laureata. Non dimenticherò mai l'espressione di mia madre il giorno della laurea, il suo viso era quello di una vincitrice sul podio di una lunga gara ad ostacoli. Mio padre non resse all'emozione e per non far vedere che piangeva uscì.
Lo ritrovai fuori che guardava l'orizzonte, come per ritrovarsi in quella indistinta linea di separazione fra terra e cielo.
Dopo la laurea, l'insegnamento. Per dieci anni ho fatto l'insegnante, contro di me, contro tutti.
Mia madre non faceva che dirlo in giro, e non era orgoglio, il suo, serviva a convincerla che era vero, che sua figlia faceva sul serio quel lavoro così importante.
Per fortuna in quegli anni tanto lontani da me c'è stato l'incontro più bello della mia vita. Mio marito e i miei figli sono stati la mia ancora di salvezza, senza di loro credo che non ce l'avrei mai fatta a sopportare un lavoro che per quanto bellissimo non poteva essere il mio.
E finalmente si è presentata un'occasione.
Per puro caso sono venuta a sapere di quel terreno in vendita, nel paese di mia madre, al centro una casa diroccata, diroccatissima, praticamente da ricostruire. Il prezzo era ottimo, io e mio marito avevamo messo da parte un po' di soldi e così abbiamo deciso.
Abbiamo deciso di sognare insieme e l'abbiamo comprato.
A Marco piaceva il suo lavoro ma non abbastanza da dedicargli il resto della sua vita, e poi anche  lui ha sempre  amato la campagna. I miei figli ne hanno sofferto, all'inizio: via dagli amici, dai compagni di scuola, un ambiente nuovo, è stata dura per loro ma l'amore che gli avevamo trasmesso per la terra alla fine li ha contagiati e si sono ambientati tanto bene che in capo a  un anno l'idea di tornare in città li faceva incupire.
Dapprincipio sono stati anni durissimi, i debiti, i raccolti andati male, la difficoltà di misurarsi con un lavoro così duro e nuovo per noi, la paura di non farcela.
Siamo stati sul punto di tornare indietro mille volte. Poi, finalmente, la svolta. Ad un certo punto tutto ha cominciato ad andare per il verso giusto, i raccolti, la casa, i soldi. Tutto.
Abbiamo imparata e imparato, lottato e lottato, e alla fine ce l'abbiamo fatta.
Ora viviamo là con i nostri figli e i figli dei loro figli, siamo una specie di clan. Abbiamo comprato altro terreno, ampliato le nostre colture, ci piace sperimentare  senza violare la terra, con tutto l'amore che le portiamo.
Quando si parla di difesa della natura bisognerebbe parlare di equilibrismo, l'ho capito bene in tutti questi anni. Come gli acrobati bisogna riuscire a tenersi in equilibrio fra i vantaggi della modernità e la tutela dell'ambiente. Un passo più in là e si danneggia la natura, uno di troppo nella direzione opposta  e si rischia di tornare ad una vita di pesanti fatiche e di magri raccolti. Trovare l'equilibrio fra modernità e difesa dell'ambiente è qualcosa di difficile e semplicissimo insieme,  e lottare per raggiungerlo ogni giorno ha il sapore di una bellissima sfida che ci fa sentire vivi.
Città e campagna si abbracciano in me, l’una insegna qualcosa all’altra e vanno avanti così, come ottime compagne di viaggio.
Ci sono persone che non hanno interessi particolari o passioni e si lasciano vivere, io non sono così, ho avuto bisogno di dare forma a un sogno per essere felice.
Ricordo ancora lo sguardo amaro di mia madre quando le annunciai  che stavamo per trasferirci in campagna.
"Sei sempre stata una selvaggia" disse, e da allora non fece più commenti, solo sguardi dolenti come di donna offesa nei suoi sentimenti, e proprio dagli affetti più cari.
Dopo la morte di papà le abbiamo chiesto più volte di raggiungerci ma lei si è sempre rifiutata, ed è rimasta in questa casa vuota a rimuginare ricordi, fedele fino in fondo alla sua scelta con caparbia ostinazione.
Solo un giorno, rammento, venne a trovarci, la vidi di sfuggita lanciare un'occhiata come una carezza ai miei figli, alla casa, a me; c'era tutta la comprensione del  mondo nei suoi occhi,sembrava aver capito, ma non me lo disse mai.
Diario, adesso ti devo lasciare, ho mille cose da fare prima di chiudere definitivamente la porta di questa casa ma ti prometto che ci ritroveremo presto, ormai ho deciso di riprendere la nostra antica frequentazione.
Mi accorgo solo ora che non ti ho parlato di mia sorella. Non è un caso, il nostro è stato un rapporto difficile, pieno di alti e bassi, la croce di mia madre, tanto quanto la nostra scelta di vivere in campagna.
I conflitti, i silenzi, le lunghe separazioni ci hanno fatte diventare estranee per molto tempo; è stata lei ad avvicinarsi. lo ammetto, io non l'avrei mai fatto. Mi ha cercata, ci siamo ritrovate e ora finalmente il nostro rapporto viaggia sul mare della tranquillità. Si litiga ogni tanto ma senza astio né recriminazioni.
Vive in città, dove è sempre stata bene, al contrario di me, ma viene spesso a trovarci e porta molte cose, prima fra tutte la sua allegria e quella leggerezza che l'ha sempre contraddistinta.
Per adesso basta,  ti dico solo che oggi sono una donna felice, e quando qualcuno mi domanda che lavoro faccio a volte mi viene la tentazione di rispondere: “l’equilibrista” o “l’acrobata”,  poi però  penso all'imbarazzo di mia madre quando  le chiedevano da dove venisse, ai suoi teneri tentativi di cambiare discorso e allora sorrido, e con voce ferma e sicura rispondo:
" Sono una contadina".





sabato 13 aprile 2019

Drusi va all'attacco










Cosa non può fare un buon pranzetto!
Buona lettura





Drusi va all’attacco
Barbara Cerrone




Drusi è in giardino, appollaiata sull’albero come un gufo.
All'improvviso da dietro l’angolo spunta Brigitte, la sua nemica acerrima, entra in giardino con l’aria da padrona.
Drusi la vede e comincia a gonfiare la coda e a mugugnare, Brigitte non se ne dà pensiero: quando ha fame ha fame, tutto il resto fa parte del rischio del “mestiere” di randagia.
Drusi allora  scende dall'albero, si pianta davanti all'intrusa con un’espressione truce sul muso mentre Brigitte soffia e si acquatta, pronta alla difesa.
Beatrice dalla finestra della cucina le vede ed esce di corsa per fermarle.
“Buona, Drusi, lasciala perdere. E tu, Brigitte, torna quando Drusi sarà nella sua cuccia”.
Le due  non la sentono nemmeno, la battaglia è imminente e nessuno, nemmeno l’amata Beatrice, può farci nulla.
Passano alcuni interminabili secondi, Beatrice spera quasi che Drusi abbia rinunciato ad attaccare quando d’un tratto eccole avvinghiate che lottano selvaggiamente.
“Roar! Roar!”
“Basta, basta! Adesso ci penso io a fermarvi, voi due. Una bella doccia fredda e vi passa la fregola” esclama Beatrice brandendo l’annaffiatoio.
“Ecco qua, rinfrescatevi le idee!” dice annaffiandole come due fiorellini.
Le due contendenti non se ne curano per niente, vanno avanti a darsele come se niente fosse.
“Ah, sì, è così? E allora fate come vi pare, io sono stufa di queste baruffe”.
Nel frattempo la cat's family si è riunita intorno alle due lottatrici: i mici guardano senza intervenire, sanno che Drusi non vuole interferenze, con Brigitte pretende di vedersela solo lei.
La faccenda si complica quando arriva Camilla.  
Anche Camilla è nemica di Brigitte, fin da quando erano cucciole, a questo punto la situazione si fa incandescente.
Camilla si fa addosso a Brigitte che a sua volta è addosso a Drusi. Il groviglio felino forma una specie di vortice che gira su se stesso, ciuffi di peli volano qua e là mulinando leggeri nell'aria come piume di uccello.
Beatrice assiste alla scena: possibile che non ci sia un modo per farle smettere?
Ma ecco che le viene un’idea.
“Come ho fatto a non pensarci prima?”
Va verso la dispensa, prende una scatoletta di mousse e corre fuori.
“Ragazze, la pappa!”
All'improvviso la lotta si interrompe, le due gatte si fermano, vedono la mousse scendere morbida nelle ciotole che Beatrice tiene  in giardino per i mici ospiti e si precipitano a mangiarla.
Ora le tre nemiche sono una accanto all'altra e si abbuffano come se niente fosse.
“Gnam, gnam...slurp!”
Poi, con la pancia piena, cosa vuoi più lottare?
”Zzz!”
E la pace scende in giardino.

domenica 7 aprile 2019

L'età avanza



Non c'è niente da fare, la cat's family pensa a una cosa sola.
Buona lettura.




L’età avanza
Barbara Cerrone


Estate. Gugli ha il muso affondato dentro la ciotola piena di bocconcini al salmone.
“Gnam, gnam...”
“Gugli basta,” lo apostrofa Beatrice,”non devi ingozzarti così alla tua età, lo sai che poi ti senti male...”
“...gnam, gnam.”
Beatrice  lo lascia mangiare ancora un po’ e poi gli toglie la ciotola e l’appoggia sul davanzale della finestra, che è aperta.
Gugli la guarda con occhi da micio disperato.
“Mi dispiace, tesoro,  ma ti fa male mangiare troppo: sei anziano, ormai. Lo ha detto anche il veterinario. Perché non vai  fuori così ti distrai e non pensi al cibo? E non provare a rientrare dalla finestra per mangiare tutto perché tiro giù la zanzariera”.
Gugli  si rassegna ed esce di casa con le orecchie abbassate.
Si fa sera, il vecchio micio rientra.
“Eccoti qua, bravo, sei stato davvero bravo. Ti sei meritato una bella cenetta” cinguetta Beatrice, e fa per andare verso il davanzale della finestra ma...
“Ah! Chi ha strappato la zanzariera?”
Gugli guarda il soffitto con aria distratta ma la ciotola vuota parla per lui.
“Tu? Hai strappato la zanzariera per mangiarteli tutti! Poi non venire da me se fai un’indigestione delle tue, capito?”
Il vecchio micio, mortificato, si acquatta sotto il tavolo. Non  appena Beatrice si distrae sguscia fuori dalla porta e va a fare una passeggiata nei campi. Per digerire.



sabato 6 aprile 2019

Caro vita

La cat's family non si smentisce mai...
leggere per credere.






Caro vita
Barbara Cerrone



Beatrice legge il giornale seduta sul divano, Teo dorme accanto a lei.
“Mai buone notizie,” brontola Beatrice,” crisi economica, aumento dei prezzi...”
“Yawn!”
“Ah, sbadigli? Non ti rendi conto della situazione? Insomma, Teo, non si può ignorare quello che succede intorno a noi!”
“Yawn”
“Allora lo fai apposta! Dovresti vergognarti di essere così indifferente ai problemi veri, caro Teo. Queste sono cose serie: possibile che non ti interessi a niente?”
“Yawn”
“Pensa solo alla qualità della nostra vita. Qui c'è scritto che aumenterà la benzina...”
“Yawn”
“...le bollette saranno più care...”
“Yawn”
“...perfino il pane subirà un rincaro.”
“Yawn”
“ E i croccantini  saliranno alle stelle, pare.”
“GAAASP!”
Teo si alza dal divano e corre fuori.
“E adesso dove vai così di fretta? Con voi non si può mai fare un discorso serio!”
Dopo un paio d'ore eccolo di nuovo.
“Eccoti, finalmente ma...oh, Teo, sinceramente non credo che l’accaparramento sia la soluzione giusta per l’aumento dei prezzi. E poi, scusa, dove le metteremo ora mille confezioni di croccantini?”